sabato 25 gennaio 2014

Utsuro-Bune, Antichi Alieni in Giappone?

La leggenda Giapponese riguardante l' Utsuro-Bune (Nave cava), viene ritenuta, da moltissimi ufologi, uno dei primi esempi documentati di incontro ravvicinato del terzo tipo. La vicenda è stata descritta, molto dettagliatamente, in un documento di inizio XIX Secolo, conosciuto come "Hyouryuukishuu" (I Racconti dei Naufraghi), una raccolta di storie e racconti di pescatori Giapponesi, che sostenevano di aver visitato terre sconosciute mentre si erano dispersi in mare. Il racconto più impressionante, tra quelli proposti nell'opera, è proprio quello della Utsuru-Bune, che si sarebbe verificato nel febbraio del 1803.
Stando alla leggenda, uno strano vascello si sarebbe arenato sulla spiaggia, vicino ad un piccolo villaggio di pescatori conosciuto come Harashagahama, situato sulla costa orientale del Giappone. Lo strano vascello era di rotondo, alto circa 3 metri e con una circonferenza di 5 metri e mezzo. La parte superiore dell'oggetto era composta da un materiale di colore rossiccio, simile al palissandro o al legno di sandalo. La parte inferiore, invece, sembrava formata da un insieme di più pannelli metallici. Erano presenti anche alcuni "oblò", di materiale traslucido, che poteva essere vetro o cristallo. Lo strano oggetto, ovviamente, attirò l'attenzione degli abitanti del villaggio, che accorsero in molti sulla spiaggia. L'oggetto era cavo al suo interno, per questo venne soprannominato Utsuro-Bune. Molti testimoni raccontarono che, le pareti interne dell'oggetto, erano decorate con misteriose iscrizioni, realizzate in un alfabeto sconosciuto. Il "vascello" aveva anche un occupante: una ragazza giovane, tra i 18 e i 20 anni, molto attraente. I capelli e le sopracciglia erano di colore rosso, la pelle di un rosa molto pallido. La ragazza indossava lunghi e fluenti abiti, fatti di un materiale sconosciuto, mai visto prima dagli abitanti del villaggio. La fanciulla aveva un atteggiamento amichevole, e tento anche di comunicare con i locali. Purtroppo però, parlava un linguaggio strano, incomprensibile. Forse neanche di questo Mondo.
Uno dei particolari più misteriosi ed interessanti della vicenda, era rappresentato da un oggetto a forma di scatola. Questa "scatola", lunga circa mezzo metro e composta di un materiale chiaro, non meglio definito, era sempre nelle mani della ragazza, che non se ne separava mai. Pur non parlando la stessa lingua, la visitatrice riuscì a far comprendere agli abitanti del villaggio che non avrebbe permesso a nessuno, per nessuna ragione, di toglierle la scatola, ne con le buone ne con le cattive. Alcuni studiosi, ipotizzano che la scatola potesse essere una sorta di dispositivo tecnologico, forse un supporto vitale o un sistema di richiesta di soccorso, visto che sembrava essere stata vittima di un "naufragio".
In seguito, due libri, stampati nella prima metà del XIX Secolo, si occuparono della vicenda. Il primo si intitolava Toen Shousetsu (pubblicato nel 1825) e il secondo era il Ume no Chiri (1844), e raccoglievano storie interessanti ed insolite. Come le altre vicende raccontate nei due volumi, anche il caso della Utsuro-Bune venne etichettato come "folklore", ma rimane significativo perché entrambi i libri furono redatti molto tempo prima dell'inizio dei moderni avvistamenti UFO. Anche in questo caso dunque, i sostenitori della tesi extraterrestre, interpretano un antico evento inspiegabile, con una moderna idea. Ovviamente, all'epoca, nessuno pensava a visitatori provenienti dalle stelle. Infatti, i detrattori di queste teorie, pensano che in quel racconto vi sia la storia di una semplice naufraga straniera, forse addirittura Europea. Secondo i sostenitori degli Antichi Alieni, i numerosi disegni riguardanti la vicenda dell' Utsuro-Bune, molto curiosi in effetti, sarebbero una delle prime raffigurazioni moderne di UFO.

Tolti i due testi citati, non esistono purtroppo molte altre fonti a riguardo della vicenda. Purtroppo, non conosciamo neppure il finale della storia, che cosa ne è stato della misteriosa ragazza e della sua strana imbarcazione? Si trattava davvero di una "naufraga" extraterrestre o era soltanto una comune naufraga? Il veicolo circolare, era una capsula di salvataggio o solo un relitto o una scialuppa, che i racconti di persone semplici hanno tramutato in un misterioso veicolo? Ancora una volta, folklore e teorie ufologiche sono legate. Interpretazioni diverse di un fatto comunque ammantato di mistero.

mercoledì 15 gennaio 2014

I Tori di Serapis e altri ibridi "Divini"

Il Serapeum, è un antico tempio Egizio, dedicato al dio Serapis, figura relativamente recente, che unisce aspetti di Osiride e di Api in forma umanizzata. Il nome Serapis, altri non è che la fusione dei nomi "Osiris" e "Apis". Uno dei più importanti Serapeum, si trova presso la piramide a gradoni di Saqquara, vicino a Menfi e, si vocifera, sia il luogo di sepoltura dei "Tori Apis", mitici esseri creati dal Dio Ptha. Il Serapeum di Saqquara, venne scoperto da Auguste Mariette, nel 1850. il primo elemento rinvenuto da Mariette, fu una testa di sfinge, seguita poi da un intero viale bordato di sfingi, che conduceva infine al sito vero e proprio. La Sfinge, probabilmente, è il più famoso ibrido Uomo-Animale della storia umana. Alcune speculazioni, facenti parte della sfera di teorie sugli "Antichi Alieni", vedrebbero la Sfinge come il prodotto di antichi esperimenti di ingegneria genetica. Naturalmente, la scienza convenzionale respinge questo genere di teoria, adducendo che le antiche popolazioni non avevano le conoscenze scientifiche necessarie per questo tipo di attività, escludendo inoltre che questi esperimenti, potessero essere stati eseguiti da un'antica razza di visitatori extraterrestri. L'idea dell'ingenieria genetica aliena è, in effetti, piuttosto fantasiosa, ma è anche indubbio che le figure di ibridi Uomo-Animale sono diffusissime in ogni luogo e tempo.
Mariette usò gli esplosivi per liberare l'ingresso alle catacombe. Purtroppo, gli appunti preliminari sugli scavi sono andati persi negli anni quindi, come è tristemente frequente, non abbiamo dati precisi sull'apertura dei tunnel. Il Serapeum è composto da una rete di gallerie sotterranee scavate nella roccia, con numerose camere laterali, ognuna delle quali contiene un grande sarcofago di granito, pesante anche fino a 70 tonnellate. Secondo l'egittologia convenzionale, i sarcofagi conterrebbero le spoglie mummificate dei Tori di Apis, comuni bovini usati per riti e sacrifici. La pratica di mummificare animali d'altronde, non era inusuale tra gli antichi Egizi. Questo, almeno secondo le teorie canoniche. In realtà, nella maggior parte di quei sarcofagi, non furono mai trovati cadaveri di tori. Soltanto in un sepolcro fu rinvenuto un cadavere mummificato, e non era di certo appartenuto ad un toro... gli altri 24 sarcofagi erano vuoti, violati. Il loro contenuto era stato trafugato. Visto che, in quei cunicoli, non vi era alcuna presenza di tori mummificati, è comune credenza che esistano ancora dei recessi non raggiunti dagli scavi ufficiali. Mariette, ritenne pericoloso proseguire gli scavi, alla ricerca del "Toro di Api", qualunque essere fosse in realtà. La "scoperta" di Mariette, non era del tutto sconosciuta. L'esistenza del Serapeum era ben nota agli studiosi dell'Antichità, quali Erodoto, Diodoro Siculo e Strabone. Questi non descrissero soltanto l'esistenza del Culto di Serapis, ma anche l'ubicazione di alcuni inquietanti templi dedicati.
Ad esempio, secondo Strabone ( I secolo dC ), un Serapeum era situato in "un posto sabbioso, dove il vento accumula grandi dune, e dove possiamo veder spuntare delle sfingi semisepolte, o coperte fino alla testa. Possiamo dunque capire che, se si fosse sorpresi da una tempesta di sabbia, il tempio non sarebbe un rifugio ideale, ma una trappola mortale..."
il viale con le sfingi era stato trovato, il Serapeum anche. Ma le sepolture dei "tori" di Apis, o delle creature così identificate dagli antichi, non vi era traccia. Nonostante gli sforzi immani di Mariette, che continuò in seguito la ricerca, le mummie di questi esseri non furono rinvenute.
Erich Von Daniken, scrisse a proposito:
Immaginate la delusione quando, dopo una laboriosa ricerca e un sacco di fatica, Mariette si trovò di fronte a uno di questi giganteschi sarcofagi che, una volta aperto... si rivelò vuoto! Dov'erano finiti dunque i Tori di Api, citati in tanti mite e leggende? Nelle settimane successive, Mariette continuò le ricerche nelle gallerie del Serapeum. I numerosi sarcofagi che rinvenne però, erano tutti vuoti, aperti. I massicci coperchi giacevano spostati di lato o, in alcuni casi a terra, ridotti in pezzi. Inaspettatamente, nelle profondità del Serapeum, dietro ad un masso, rimosso con la dinamite, Mariette trovò un sepolcro intatto, contenente un cadavere mummificato. L'unico in tutto il complesso. Non apparteneva però ad un toro, ma a un essere umano. Una maschera dorata copriva il volto del cadavere, ornato anche da una catena d'oro con due amuleti di diaspro. "E' forse questa la mummia del Principe Kaemwaset, grande devoto del culto di Apis?" fu la domanda che si pose allora Mariette. Attorno al corpo, giacevano 18 statuette con testa umana, recanti l'iscrizione "Osiris-Apis, Dio dell'Eternità". Non erano figure con testa di toro, badate bene, ma figure con teste umane. Proseguendo la ricerca, Mariette rinvenne altre due tombe sigillate e intatte. Una statua d'oro, raffigurante Osiride, era a guardia della stanza in cui erano conservate le sepolture. Sul pavimento giacevano alcune piastrelle, anch'esse dorate, cadute dal soffitto decorato. Il soffitto recava un'altra immagine del Dio Osiride, raffigurato questa volta come un essere ibrido. Aprendo i sarcofagi, ancora una volta, Mariette non si trovò di fronte la mummia di un toro, o di qualche creatura simile. Trovò invece un corpo non facilmente identificabile, che tendeva a sbriciolarsi al minimo contatto. Sotto lo strato di bitume maleodorante, vennero rinvenuti frammenti di ossa che, come dimostrato da analisi successive, erano state frantumate già in tempi antichi. Niente tori, ma solo ossa rotte. Cosa significava tutto ciò?
Perché, dunque, l'egittologia tradizionale insiste sul fatto che i Tori-Apis erano solo dei bovini qualunque e a Saqquara vi erano sepolti dei comunissimi tori mummificati? Effettivamente, altrove erano stati rinvenuti tori mummificati in correlazione con il culto di Serapis, ma perché li no? Perché mancavano proprio dal maggior tempio del culto? Possibile che le creature del Serapeum non fossero proprio "ordinarie"? Le mummie rinvenute altrove, risalgono ad un periodo di molto posteriore alla realizzazione dei templi. Ad esempio, i tori del Serapeum di Alessandria, sono datati in epoca Romana, tra i mille e i duemila anni dopo le sacre sepolture di Saqquara! In seguito, non soltanto a Saqquara furono rinvenuti templi di Serapis con sepolture vuote o contenenti le stesse ossa frantumate, e anche alcune mummie "umane", con la maschera dorata. Rimuovendo le bende però, ci si trova di fronte soltanto a materia in decomposizione, che di umano ha ben poco. Von Daniken continua così:
I sarcofagi erano fatti in granito di Assuan. Il Serapeum dista circa 1000 km da Assuan. Mi chiedo quindi come componenti così pesanti, potessero essere trasportati, lavorati e infine collocati in quelle gallerie sotterranee. L'immenso sforzo dedicatogli, indica sicuramente che il contenuto dei sarcofagi doveva essere di estrema importanza. Dovremmo pensare davvero che si trattasse solo di normali, per quanto sacri, tori? E che senso avrebbe trafugarli in seguito? E ancora, aveva senso mummificarli e, subito dopo, ridurli in pezzi, aggiungendo bitume al tutto? E le corna che fine hanno fatto? Anche l'egittologia tradizionale sostiene che si trattasse di animali sacri, quindi distruggere le loro mummie sarebbe stato sacrilego. Ma quindi? Le mummie di due tori sacri, sono state rinvenute, in ottime condizioni, ad Abusir ma, invece di fornire dati, hanno contribuito ad infittire il mistero. I corpi, e le bende che li fasciavano, erano intatti e molto ben conservati. Le corna spuntavano, come è logico, dalla parte superiore del cranio, tutto sembrava regolare. Solo che, quando vennero rimossi i bendaggi, furono rinvenuti dei corpi diversi da quelli di un comune toro. Corpi di una qualche creatura non meglio identificata, apparentemente con caratteristiche ossee simili a quelle di molti altri animali, alcuni di specie non meglio identificabili. Finalmente è stata rinvenuta la prova di quanto affermato dagli antichi scribi – e anche da molti storici – secondo i quali, gli "Dei" avrebbero creato esseri ibridi, miscelando con innaturali incroci, caratteristiche di più specie. Nel suo libro " The Egyptian Way of Death", l'esperto di mummie A.P. Leca riporta che i tori di Abusir, avevano caratteristiche ossee molto simile a quelle di "altri animali". Ma come era possibile tutto ciò? Queste parti di "altri animali" erano frutto di antichi esperimenti di ingegneria genetica compiuti dagli Dei? Lo stesso libro, riconosciuto dall'egittologia convenzionale, riporta che uno dei tori sembrava avere due teste! (nello specifico, quello della seconda sepoltura). Secondo il dr. Ange-Pierre, specialista di mummie egizie, all'interno della seconda mummia, vi sarebbero state ossa riconducibili a sette diverse specie animali. Per Sir Robert Mond invece, "furono ritrovate ossa di sciacallo (altro animale sacro per gli Egizi) nella mummia di un toro". Ricapitolando: la tomba, contenente l'"uomo" con la maschera dorata e i tori di Abusir, sono le uniche sepolture collegate al Serapeum rinvenute intatte, non saccheggiate o profanate da fanatici religiosi. Ma quindi, cosa si cela in quei sarcofagi? Quali creature "divine" furono mummificate, e subito dopo schiacciate, in onore di Serapis? E perché? Forse perché queste "Creazioni degli Dei" non erano viste come sacre, ma in realtà erano percepite come abomini? Vediamo quello che scrivono in proposito alcuni storici. Manetho, un Alto Sacerdote vissuto in epoca Tolemaica ( terzo secolo aC, molto tempo dopo le sepolture dei tori di Apis ), scrisse l'Aegyptiaca, un opera in tre volumi sulla storia d'Egitto. Il suo lavoro venne spesso usato, dagli egittologi, come prova per la cronologia riguardante i Regni dei Faraoni maggiori. Molte parti di quest'opera sono andate perdute, ma altrettante sopravvissero, copiate anche dallo storico Greco Giulio Africano. Plutarco, vissuto nello stesso periodo, scrive di una pesante e misteriosa scultura, che il Re Egiziano (Faraone) fece portare ad Alessandria. Plutarco dice chiaramente che fu il sacerdote Manetho, unico a conoscere la verità, a informare il Re di cosa davvero raffigurasse la statua... un "Serapis" (Toro di Apis). Manetho inizia la sua opera elencando Dei e Semi Dei. Secondo lui, gli Dei governarono la Terra per 13900 anni, mentre il regno dei Semi Dei durò per i successivi 11 mila anni. E' interessante notare come l'egittologia canonica accetti questa cronologia senza battere ciglio, rifiutando però la parte relativa a Dei e Semi Dei, liquidando il tutto come "esagerazioni".
Per alcuni, Manetho ha redatto le sue cronache in maniera estremamente precisa, senza incrociare la realtà con le leggende. Molto di quanto scritto da lui, si è poi rivelato piuttosto concreto (anche se incredibile) per gli scienziati del nostro tempo. Dunque davvero, una razza di antichi "Dei" ha creato ibridi e mostri vari per scopi a noi sconosciuti? Manetho riporta che alcuni di questi abomini, sarebbero in grado di riprodursi, dando vita a una vera e propria nuova specie. Storie del genere sono riportate anche da Eusebius, storico e religioso morto nel 339, che parla di un tempo in cui terribili mostri furono creati dagli Dei: uomini con le ali, umani con due facce e un solo corpo, ibridi uomo-donna , uomini con corna e zampe caprine, centauri, tori con teste umane, draghi, rettili mostruosi e creature del tutto sconosciute e inconcepibili.

Effettivamente, in ogni mitologia umana, storia o religione sono presenti antiche creature ibride. Dall'antica Sumeria ai miti Classici, passando per le credenze Celtiche e le leggende Indiane, incontriamo, sempre, ibridi di ogni tipo. Esempi famosi possono essere il Minotauro di Creta o la stessa Sfinge. Alcune antichissime storie, raccontano che questi esseri sono sempre stati creati dagli Dei, in molti casi giunti dal cielo a bordo di fantastici velivoli. Questi "Dei" delle stelle, solitamente si sarebbero trattenuti qualche tempo con la nostra razza, istruendola e guidandola ad un livello superiore di civiltà. Nel frattempo, avrebbero perseguito alcuni loro scopi, spesso coadiuvati da alcune strane creature, apparentemente create appositamente. Quando poi gli "Dei"ripartirono, gli umani si trovarono soli, a contatto con alcune di queste creature abbandonate sul nostro pianeta (per calcolo o dimenticanza, non è dato sapere). Questi mostri sono stati considerati dagli antichi in maniera differente: alcuni divinizzati, altri cacciati come abomini contro natura, altri ancora, e forse è questo il caso dei Tori di Apis, tenuti in considerazione, in quanto legati agli Dei, ma non visti molto amichevolmente. Questi racconti, sono quasi certamente di fantasia ma, come tutte le leggende, basati su un qualcosa di reale. Cosa però, non ci è dato sapere con certezza, per ora. Sicuramente, i corpi mummificati di Saqquara e Abusir, qualcosa di davvero particolare dovevano averlo, qualcosa che ha spinto gli antichi a dargli una sepoltura di tutto rispetto, ma che allo stesso tempo li ha spinti a fare scempio del cadavere, forse in segno di protesta postuma per l'oscenità stessa della loro esistenza. La verità è, forse, nelle stelle. Come gli "Dei"...

mercoledì 8 gennaio 2014

Herne il Cacciatore (Herne the Hunter)

Herne the Hunter by Andrew Pacioreck
Herne the Hunter, il Cacciatore. Una antica Divinità della Britannia, risalente ai Celti e, forse, anche alle popolazioni che abitavano le Isole prima del loro arrivo. Con l'avvento del Cristianesimo, il culto di questi antichi Dei non era più ammesso ma, come spesso accadeva, le tradizioni che li riguardavano continuarono a vivere, e ad essere celebrate, nel folklore e nelle usanze locali. Herne, si presenta come un grande uomo, dotato di corna come quelle dei cervi, spesso a cavallo, che guida una muta di cani fantasma, se non addirittura la terribile Caccia Selvaggia.
La figura di Herne però, non è chiarissima. A seconda delle fonti e delle leggende, questo personaggio è visto come un vero e proprio Dio, un fantasma, uno sciamano che, in gran segretezza, perpetrava riti antichissimi e quasi dimenticati, o un potentissimo essere Fatato ( che ha comunque una certa attinenza con l'origine divina, vedi qui ). Shakespeare, sempre molto attento al folklore e alle tradizioni popolari, parla di Herne in "The Merry Wives of Windsor", scritto nel 1597:

There is an old tale goes that Herne the hunter,

Sometime a keeper here in Windsor forest,

Doth all the winter-time, at still midnight,

Walk round about an oak, with great ragg'd horns;

And there he blasts the tree and takes the cattle

And makes milch-kine yield blood and shakes a chain

In a most hideous and dreadful manner

Atto IV, Scena IV
L'Herne di Shakespeare, è il fantasma di un guardiacaccia, alle dipendenze di Re Riccardo II, che aveva salvato la vita al sovrano, quando questi fu attaccato da un enorme e misterioso cervo bianco nella Foresta di Windsor. Il guardiacaccia rimase ucciso dalle corna dell'animale, ma venne riportato in vita da uno sciamano (druido?). In seguito, il redivivo cadde in disgrazia agli occhi del Re, e fin' per essere impiccato ad una grande quercia, che prese il nome di Quercia di Herne. Da quel momento, il fantasma dello sfortunato Herne fu visto cavalcare di notte per la foresta, ornato dalle corna del cervo che lo aveva ucciso la prima volta e alla testa di una muta di cani demoniaci e di altre bestie spettrali. Secondo il Bardo di Stratford, Herne è dunque uno spettro. La descrizione che ne fa, però, non è paragonabile con un fantasma qualunque. Le corna, il Cervo Bianco, le rinascita attraverso i riti sciamanici e i cani infernali, fanno indubbiamente di Herne qualcosa di molto più rispetto ad un semplice fantasma.
Nella storia documentata, vi furono una ventina, circa, di avvistamenti di Herne il cacciatore. Secondo molti testimoni, Herne apparve nel 1413, alla vigilia della morte di Enrico IV. Nel Cinquecento, Enrico VII, il figlio del Duca di Richmond e il Conte di Surrey, videro Herne in groppa a un enerme stallone, che guidava una masnada spettrale attraverso la Foresta di Windsor soffiando in un corno da caccia. Più recentemente, nel 1856, due ragazzi, William Fenwick e William Butterworth, stavano camminando nei pressi del Castello di Windsor, quando un uomo misterioso offrì loro un passaggio sulla sua carrozza. Una volta a bordo, i due persero i sensi e, quando si svegliarono, si ritrovarono all'estremità opposta del parco, vicino a Victoria Bridge, senza ricordare nulla del viaggio. Alcuni anni dopo, a Fenwick venne mostrato un disegno raffigurante un volto scolpito, noto come "la Maschera di Herne". Il ragazzo giurò su quanto di più caro aveva, che quel viso era identico a quello del misterioso individuo incontrato qualche anno prima. Un altro episodio, decisamente più inquietante, risale al 1960. Due giovani agricoltori locali, in compagnia di un "fricchettone" in visita da Londra, trovarono uno strano corno da caccia, abbandonato a Windsor Great Park. I ragazzi del posto, saggiamente, suggerirono di lasciare l'oggetto dove stava ma, il londinese non diede loro ascolto, e soffiò con forza nel corno. Ne uscì un suono fortissimo e raccapricciante. Poco dopo cominciarono ad udire rumori di zoccoli e sinistri ululati, che si dirigevano velocemnte nella loro direzione. I tre ragazzi, terrorizzati, corsero verso una vicina chiesa, ma si udì un suono strano, come di una freccia, invisibile, scoccata da un arciere altrettanto invisibile. Raggiunta la chiesa i giovani contadini pensarono di essere al sicuro ma, voltandosi indietro, videro il cadavere del loro amico di città, che pareva essere stato raggiunto da una freccia alla schiena, di cui però, non vi era traccia. Ancora nel 1976, una guardia del Castello di Windsor, giurò che, nottetempo, una statua cornuta del parco prese vita e si mise a girare per la vicina foresta.
Tutte le leggende, i racconti e gli avvistamenti hanno in comune molte cose, ad esempio l'aspetto di Herne, un uomo/bestia cornuto, il suo coinvolgimento con la CacciaSelvaggia o con delle mute fantasma, il suo apparire solo nella Windsor Forest, specialmente nei dintorni di una grande quescia secolare, chiamata appunto Herne's Oak (l'albero venne abbattuto da una tempesta nel 1796, ma la sua importanza per la cultura locale fece si che fosse ripiantato nel 1906 da Re Edoardo VII). Questi elemednti possono aiutarci a identificare, con sufficente chiarezza, questa figura? Parliamo dunque di un Dio o di un Essere Fatato? Altri indizi potrebbere aiutarci. Per molti, la figura di Herne è riconducibile alla divinità Celtica Cernunnos, anche per via di una certa assonanza con i nomi (Cernunnos era conosciuto anche come Cerne, molto simile a Herne...). Cernunnos era però una divinità il cui culto, antichissimo, era localizzato quasi esclusivamente alle Gallie, Francia e Nord Italia, piuttosto distanti dal cuore della Gran Bretagna. Molto più probabilmente, la figura di Herne deriva da un dio cornuto della caccia, quello si, ma non collegato con le divinità Galliche. E' più probabile che si tratti di un qualche culto autoctono, successivamente mischiato con credenze importate dagli invasori Sassoni. Se vogliamo tenere in considerazione questa versione, notiamo in effetti che, forse, Herne potrebbe derivare da uno dei nomi di Odino/Wotan, che prendeva il nome di Herion quando... cavalcava alla testa della Caccia Selvaggia, altro punto in comune! Il paragone è sensato. Odino era anch'Egli un Dio spesso rappresentato con grandi corna, acoompagnato da animali (corvi e lupi) e il cui destino era in qualche modo legato a un grande albero (Odino venne appeso ad una quercia per poter ottenere la Suprema Conoscenza). Con molta probabilità, i Sassoni Pagani importarono a Windsor il culto di Odino/Herion, dove si fuse con locali credenze. Tuttavia, la leggenda di Herne ha moltissimi punti di contatto anche con altre figure mitiche, questa volta legate al folklore e alle leggende delle Isole. Come riportato anche da Shakespeare, Herne è legato ad un cervo bianco e alle mute di cani spettrali o demoniaci, e ha un territorio ben definito, la Foresta di Windsor. Queste caratteristiche possono essere trovate, con ben poche varianti, nella figura fatata di Arawn che, secondo il Mabinogion, consentì al Re Umano Pwyll di cacciare il Cervo Bianco nella Foresta di Dyved, nel Galles. Pwyll, per cacciare il magico cervo, si farà aiutare inoltre dalle mute spettrali di Arawan. Per contro, il Re mortale, dovrà entrare nell'Annwyn, l'Altromondo della tradizione Gallese, da dove uscirà, ormai parte della masnada infernale che compone il seguito di Arawan, per combattere i nemici del Popolo Fatato. Arawan,come Herne, quando parlava emetteva dei suooni bassi e gutturali, simili ai richiami dei cervi, delle cui corna era ornato. Molti corpi, rinvenuti mummificati nelle torbiere del Nord Europa, erano accompagnati da uno strumento a fiato conosciuto come Iur, che emetteva un suono simile in tutto e per tutto al verso dei cervi maschi. Il fatto che uno strumento del genere fosse sempre associato alle sepolture di un certo livello, fa pensare che il culto del Dio della Caccia (o della Foresta) fosse di primaria importanza. Facilmente, potrebbe essere stato, come teorizzato in precedenza, importato dai Sassoni in Britannia, dove si è fuso con le credenze locali. Ma stiamo, ad ogni modo, parlando di un Dio o di un Fatato? Negli anni tra il dominio Romano e la conquista Normanna, nelle Isole Britanniche, come in tutta Europa del resto, era molto facile che gli antichi culti e tradizioni pagane, fossero incorporate nel Cristianesimo dilagante, trasformando così alcuni Dei in potenti figure del Piccolo Popolo. Ad esempio, la Dea Mab, con l'avvento del Cristianesimo divenne la Regina delle Fate che, come gli stessi Odino e Herne, non disdegnava di guidare, nottetempo, le orde della Caccia Selvaggia. Quindi, ad ogni buon conto, la definizione potrebbe davvero essere dupilice: sia Antica Divinità che potente Essere Fatato. Per chi ha voglia di crederci però, Herne della Foresta di Windsor rimane una figura benevola, da rispettare ovviamnte, ma non maligna, che si prodiga di conservare l'ambiente e la sacralità di un luogo più vecchio del primo uomo. E che si tratti di un Dio, di una Fata o di uno Spettro rimarrà, almeno per me, una figura positiva.