domenica 24 marzo 2013

I Celti, Cacciatori di Teste


La nostra conoscenza del mondo Celtico in epoca pre cristiana si basa quasi esclusivamente su due fonti: i resti archeologici della loro civiltà, e gli scritti dei loro contemporanei Greci e Romani.
La prima fonte purtroppo è incompleta in modo frustrante, mentre la seconda è decisamente troppo condizionata da stereotipi, pregiudizi e romanticismi che ricordano molto il mito più recente del "Buon Selvaggio". Gli storici del tempo, in particolare quelli Romani, amavano raffigurare le popolazioni Celtiche della Gallia, della gran Bretagna, della Spagna e del Nord Italia come barbari, guerrieri cacciatori di teste che si lanciavano in battaglia ubriachi e nudi, desiderosi di fare molti prigionieri da sacrificare ai loro brutali Dei della Foresta.
L'archeologia e quello che a noi è arrivato attraverso i miti e le leggende, fa capire che il modello Celtico uguale Barbaro sanguinario, è uno degli stereotipi più razzisti della Storia, nato da una estrema esagerazione delle reali caratteristiche della cultura Celtica, o da un'errata interpretazione dei suoi usi e costumi. Le tribù a cui in genere si trovarono di fronte i Romani tra il 4° secolo aC e il primo secolo dC erano effettivamente grandi guerrieri e forti bevitori. Possedevano però anche le tecniche di lavorazione del metallo più raffinate d'Europa e una società complessa e organizzata, particolari che vennero "trascurati" da Giulio Cesare nel suo De Bello Gallico. La loro spiritualità era una sorta di misticismo naturale, mentre la segretezza delle tradizioni orali della loro casta sarcerdotale, i druidi, ha limitato fortemente la comprensione popoli contemporanei sulla loro conoscenza del mondo.
Comunque i Celti rimanevano, in principal modo, un popolo guerriero. Nonostante l'occasionale comparsa di donne leader, la loro società era fondamentalmente patriarcale e maschilista, le posizioni influenti e di potere erano occupate da chi aveva successo nei combattimenti, sia che abbia difeso il proprio villaggio, sia che abbia guidato una razzia di bestiame a danno di una comunità vicina. Anche se i sacrifici umani non erano così frequenti come descriveva la propaganda Romana, i Celti avevano comunque alcune usanze oscure, che oggi definiremmo crudeli. Una di queste è sicuramente quella che oggi conosciamo come "Il Culto della Testa".
Diversi scrittori classici avevano accennato all'usanza Celtica della caccia alle teste, e tra loro troviamo anche Diodoro Siculo, che ne parla verso la fine del primo secolo aC, quando ormai Roma aveva conquistato tutti i territori Celtici al di fuori delle Isole Britanniche. L'usanza di recidere la testa a un nemico per poi sfoggiarla come trofeo era probabilmente praticata anche dagli antichi popoli Italici, ma non con la stessa assiduità e morbosa ritualità dei Celti. Dal Nord Italia i Celti calarono lungo la penisola Italiana a partire dal tardo 5° secolo aC, saccheggiando Roma nel 390 aC. Questo brutale primo incontro, durante il quale venne sicuramente praticata la caccia alle teste, rimase molto ben impresso nella memoria collettiva romana.
I Romani erano molto disturbati, e forse anche intimoriti, dalla apparente indisciplina dei Celti, che in battaglia ridevano come pazzi, ululavano come lupi o spavaldamente ingurgitavano liquori mentre combattevano a cavallo. Alcuni prendevano parte ai combattimenti a torso nudo, altri indossavano una cotta di maglia o qualche armatura romana predata a un caduto, che avevano efficacemente adattato con le loro abili mani. I Romani vennero però impressionati anche dalle loro spade lunghe e dritte, dai grandi scudi piatti, dagli elmetti piumati e dalle loro selle, le migliori dell'epoca, tanto da integrare queste particolari fatture nel loro equipaggiamento d'ordinanza. Ma per i latini, la cosa più inquetante erano le caratteristiche fisiche dei Celti. I Galli, come venivano chiamati, erano infatti più alti di svariati centimetri e con la pelle più chiara dei loro vicini peninsulari. Molti di loro portavano i capelli lunghi simili a dreadlock, mentre i leader tribali si rasavano ogni centimetro del corpo ad eccezione del labbro superiore, sfoggiando così folti baffi, che non venivano mai tagliati, arrivando a raggiungere lunghezze ridicole. Ma più inquetanti ancora apparivano i loro riti post battaglia. Le teste mozzate ai nemici venivano agganciate, per chi lo possedeva, alla sella del cavallo, in modo che potessero essere ben viste durante il ritorno verso casa. Chi non aveva una cavalcatura si accontentava di infilzare le teste catturate su una o più lance, formando così una sorta di macabro spiedino. Queste pratiche erano sempre accompagnati da canti spensierati e licenziosi.
Usare parti del corpo dei nemici uccisi come trofei è un costume diffuso tra i combattenti, dai soldati Egizi che collezionavano i peni degli avversari ai moderni soldati americani, che raccoglievano orecchie e nasi giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale o durante la guerra del Vietnam. Ma, nel corso della Storia, solo poche culture guerriere hanno attribuito tanto onore e riverenza mistica a questi trofei, come i cacciatori di teste Galli. Diodore afferma che le teste venivano conservate per lungo tempo dopo la battaglia. Venivano lavati via sangue e sporcizia e successivamente imbalsamate con strane sostanze, tra cui l'olio di cedro. Diodoro sottolinea inoltre il valore che viene attribuito a queste teste mozzate. Un Gallo non venderà mai la testa imbalsamata di un suo nemico, a nessun prezzo, affermando di non aver certo bisogno d'oro disponendo di una tale prova di coraggio e abilità guerriera.
Le teste venivano ordinatamente conservate all'interno di casse, da dove venivano tolte solo per essere esposte, in bella vista, nella casa del guerriero quando questi stava per ricevere degli ospiti. Tutta questa importanza tributata ad un trofeo è molto diversa dall'usanza barbara che i Romani pensavano che fosse. Si trattava di un'usanza che riguardava sia il culto che il prestigio sociale. L'abitudine celtica della caccia alle teste potrebbe essere accomunata alle pratiche di una cultura molto distante da loro sia nel tempo che nello spazio, quella dei Samurai del Giappone medievale, che erano usi raccogliere le teste dei nemici uccisi, trattandole con il massimo rispetto (arrivavano a lavare loro i denti!) prima di esporle.
Il Gallo che staccava la testa al suo ultimo nemico ucciso, non lo faceva in preda a una rabbia selvaggia. In realtà lo faceva per dimostrare alla sua comunità quanto valeva e quanto doveva essere tenuto in considerazione. Questo gesto era spinto dal desiderio di vantarsi, non dalla cieca sete di sangue. Ovviamente questa pratica serviva anche da deterrente psicologico. Un legionario romano che si vedeva venire contro un ossesso che brandiva la testa mozzata di fresco di un suo commilitone, doveva essere quantomeno intimorito, se non proprio terrorizzato!
Molti riferimenti a questa pratica appaiono, ovviamente, nella mitologia Irlandese. Cuchulainn, il mitico protettore dell'Ulster, viene descritto molto spesso mentre rientare dalla battaglia con grappoli di teste mozzate appese al carro e alla cintura. I celti d'Irlanda (e non solo) credevano, anche in epoca cristiana, che la sede dell'anima fosse nella testa e non nel cuore. Questo aumentava la potenza del trofeo, in quanto si entrava in possesso dello spirito stesso del nemico abbattuto. Questa credenza la possiamo trovare nella macabra vicenda della "Destruction of Da Derga's Hostel" ( gael. Togail Bruidne Dá Derga ) dove Conaire Mor viene decapitato da un nemico, ma la sua testa mantiene la capacità di parlare anche dopo la battaglia. Un'altra testa parlante è quella di Bran the Blessed (Bran il Benedetto) eroe della mitologia Gallese. Bran viene ferito a morte in battaglia e chiede ai suoi seguaci di decapitarlo e portare la sua testa a Londra, da dove potrà vegliare per sempre sulla Gran Bretagna. Durante tutta la durata del viaggio la testa di Bran continuerà a mangiare e fare conversazione come se nulla fosse accaduto! L'ultima richiesta di Bran ai suoi compagni è in correlazione con un'aspetto storico del culto Celtico delle teste. Le teste mozzate avevano anche una funzione di talismano protettivo e Bran, facendo seppellire la sua testa a Londra, voleva così proteggere la cittè e l'intera Nazione. Diodoro parla infatte di teste appese sugli stipiti delle case galliche e alcuni templi Gallo Romani avrebbero avuto dei teschi scolpiti sugli ingressi, come a perpetrare l'antica tradizione. Sembra che in fondo allora, i romani non abbiano appreso dei Celti solamente nozioni militari. Indubbiamente queste tradizioni sono sopravvissute anche nelle Gallie e nella Britannia Romana, mescolate alle nuove credenze portate dal Sud. Certamente hanno continuato a prosperare intatte nell'Irlanda Celtica mai romanizzata. Con l'avvento del Cristianesimo il culto delle teste si è, secondo me, fuso con quello delle reliquie, attraversando in questo modo i secoli, fino ai nostri giorni.

giovedì 14 marzo 2013

Un cugino di Nessie nel Loch Morar?

Loch Morar 
Morag è una misteriosa creatura che si dice viva nelle profondità del Loch Morar, situato nella zona di Lochaber, nelle Highlands scozzesi. Praticamente un "cugino" meno famoso di Nessie, il cosiddetto Mostro di Loch Ness. Loch Morar è il lago più profondo delle Isole Britanniche, con una profondità massima di 310m.
Alexander Carmichael, uno scrittore e folklorista vissuto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, raccolse molte storie su Morag, intervistando le persone che vivevano sulle sponde del lago. I suoi scritti, risalenti al 1902 e riscoperti nella biblioteca dell'Università di Edimburgo, delineano una visione popolare conflittuale di Morag.
Secondo alcuni, la creatura sarebbe un essere simile ad una sirena, con lunghi capelli fluenti, mentre altri lo raffigurano come un classico "Each Uisge", un Cavallo d'Acqua, figura molto comune nel folklore scozzese. Molti concordano che avvistare Morag, qualsiasi aspetto abbia, porti sfortuna e che sia presagio di morte imminente. Alcuni testi riportano molto chiaramente questa sinistra caratteristica e la comprensibile avversità delle persone verso la creatura:
"Morag viene sempre visto prima di una morte e prima di un annegamento." Una nota di Carmichel affermava che le persone si riferivano all'essere con termin davvero poco lusinghieri.
La maggior parte delle descrizioni parlava di una figura nera che emergeva a tratti e poi si inabissava, osservata spesso anche in pieno giorno e anche da, cito testualmente, "molte persone di Chiesa". Carmichael aggiunge in seguito una descrizione con molte caratteristiche umanoidi:
"Come molte divinità acquatiche, Morag presenta un aspetto per metà umano e per metà pesce. Le porzioni inferiori del suo corpo sono simili a quelle di un giovane salmone, mentre la parte superiore è come quella di una piccola donna, con seni molto sviluppati, incarnato pallido e lunghi capelli biondi." e ancora " E' una creatura leale, molto timida, che si mostra solo quando si avvicina l'ultima ora di un componente della famiglia Morar o quando il clan sta per essere sconfitto in una battaglia." Morag viene qui dipinta come una sorta di Banshee acquatica, legata ai componenti della famiglia Morar. I suoi pianti e lamenti significavano soltanto un lutto in arrivo per il clan.
Avvistamenti più recenti rappresentano Morag, il cui lago dista solo 70 km da Loch Ness, come una creatura allungata, serpentiforme, con una gobba sulla schiena. Molto simile a Nessie quindi. Nel 1969 due pescatori sostennero che la creatura speronò deliberatamente la loro imbarcazione, e che fu costretta a desistere solo quando uno dei due la prese a fucilate.
Qualcosa si muove davvero nelle acque di questo altro Loch scozzese? Esiste forse un collegamento con la creatura del Loch Ness? Approfondirò questo argomento nel mio libro, " Le Isole del Mistero" di prossima uscita.