mercoledì 25 maggio 2011

Triora, il paese delle Streghe

Scorcio di Triora
Triora è collocata,quale vigilante sentinella,in ottima posizione,non su aspri colli o sopra rocce,né marcisce tra mefitiche acque e stagni;anzi come piuma riposa su un assai elevato monte,sul declivio della collina,fondata a comodità della gente dove risplende la serenità dell’aria salubre;il soffio di un’aria assai pura tiene lontano le nubi.Vi spira inoltre tutto intorno la fragranza degli orticelli e delle fruttifere selve.Ovunque ti volgi,l’aspetto degli abitanti ti rallegra il cuore.La vista è soddisfatta dalla visione dei campi e delle vigne profumate e dalla decente costruzione delle abitazioni campestri,ove prende dimora la gente lavoratrice all’epoca della raccolta dei frutti.Il borgo non è completamente cinto da mura,ma è ben protetto da passaggio segreto,da ben costruiti ponti e da muraglie di difesa.vi è pure,sulla sommità del luogo,un castello semidistrutto dominato da un’alta torre.

Breve accenno alla sua storia: Numerosi processi alle streghe ebbero luogo nella Liguria Occidentale e il più celebre di tutti rimane ancora oggi Triora.Secoli sono passati da allora,ma il ricordo del borgo dell’alta valle Argentina quale luogo stregonesco rimane sempre vivo;le pubblicazioni in merito sono state numerose: nel 1898 rinveniamo un primo libro che cerca di far luce sul processo e si tratta di un opuscolo intitolato “Le streghe di Triora in Liguria” del Prof. Michele Rosi; un altro scrittore che affronta l’argomento nel 1939 è Siro Attilio Nulli con un capitolo dedicato a Triora nel suo “I processi alle streghe”. A questi due si aggiunge Padre Francesco Ferraironi che in un epoca di poco successiva torna ad indagare la questione.
La Ca Botina
Cominciamo a parlare dei luoghi trioresi frequentati dalle “bagiue” ;vi era per prima la Ca Botina,fuori dalle mura dell’abitato e definita dallo stesso Ferraironi “orrida e deserta”;è qui che si sarebbero svolti i rituali che vedevano le streghe palleggiarsi allegramente i bambini in fasce tra gli abitati di Triora e quelli di Molini di Triora e di Andagna. Bisogna comunque sottolineare che la Ca Botina era la zona più povera del paese ,quella al di fuori della cinta muraria e dunque maggiormente esposta ai pericoli;coloro che vi abitavano,donne comprese, si erano dovute abituare a condizioni di vita certamente precarie e difficili.(Già quì si intravede una spaccatura sociale presente nel borgo,tra gli strati più umili e le famiglie nobili).Altre località frequentate dalle bagiue erano la fontana di Campomavùe (ancora oggi rimasta fuori dall’abitato,in una zona tranquilla e silenziosa) e la fontana detta della Noce,all’ombra appunto di un grande albero di noci. Si crede però che le streghe circolassero indisturbate anche all’interno del borgo e nella tradizione si asseriva che abitualmente si ritrovassero addirittura in quella via chiamata Dietro la Chiesa,a pochi passi dalla parrocchia.Numerosi sono poi i luoghi di convegno nelle vicinanze di Triora:uno per tutti è il bellissimo LaguDegnu,remota località in fondo al Cian di Vunda,dove si trova uno smeraldino lago artificiale formato dal rio Grugnardo che s’immette nel torrente Argentina.
Ma torniamo con il pensiero proprio all’anno del processo,il 1587.Una grave carestia imperversava già da due anni e le condizioni del popolo non erano certo delle migliori. L’acuto Ferraironi riferisce che nello stesso anno anche Roma fu afflitta dalla stessa piaga che produsse migliaia di vittime;i più poveri abbandonavano la città per raggiungere le campagne dove morivano di stenti.Lo storiografo triorese pone l’accento sul fatto che all’epoca Triora,per la sua posizione remota tra i monti di Liguria,vivesse ancora in una dimensione dominata dalla superstizione e da arcaiche credenze,tagliata fuori dal fervore illuminista. Non occorse molto perché le voci si trasformassero in accuse e le donne che abitavano alla Ca Botina venissero additate come streghe e dunque responsabili della carestia (le accusate non erano solo le più umili,ma anche quelle che vivevano in condizioni degradate,sfuggendo alle regole della comunità).
Il podestà, in carica al tempo, era tale Stefano Carrega,forestiero come ogni podestà;fu il Parlamento locale a chiedere a quest’ultimo di procedere contro le stesse.Nell’ottobre del 1587 giunsero così a Triora il sacerdote Girolamo Del Pozzo,in veste di Vicario del Vescovo di Alberga (Il borgo ne dipendeva come curia) e un vicario dell’Inquisitore di Genova.I due celebrarono una messa nella chiesa della Collegiata e durante la predica,secondo le prescrizioni,invitarono chi sapeva a denunciare i fatti.La predica ebbe i suoi tragici effetti e le accuse furono molteplici e dettagliate.
Il processo dunque,così voluto a pieni voti dal Parlamento locale (“La volontà di questo populo è sempre stata et è che cotali malefiche totalmente si estirpino et su sradichino da questi paesi,e tutti in alta voce in parlamento congregati hanno con acceso animo gridato et di continuo gridano che si estirpino,et non solo hanno voluto che si spendi scudi 500 per questo fatto,ma ancora vogliono che spendisi le facoltà loro et le campagne,prima che si manchi di questa impresa” da una lettera degli Anziani del luogo al Doge di Genova),ebbe inizio.I due vicari fecero preparare della case private da adibire a carcere e si procedette all’arresto di venti donne.Il Ferraironi identifica alcune delle case utilizzate e che ancora sono visibili:la casa detta del Meggia,situata in piazza San Dalmazio,ma che poggia le fondamenta nel vicolo detto Rizzetto;da questo si scorgono infatti delle finestre munite di pesanti inferiate.La stessa casa è anche chiamata Ca’ de baggiure (casa delle streghe) e Ca’ di spiriti.Sarebbero proprio le inferiate a confermare la tradizione in quanto assenti in tutte le altre abitazioni.Dal processo scaturirono le prime accuse contro ben tredici donne e un fanciullo.Si procedette alla tortura e le accuse estorte durante gli interrogatori portarono in carcere altre donne.Nel popolo cominciò a serpeggiare un certo malumore,come se il tanto invocato intervento delle autorità cominciasse a spaventare per la ferocia.Infatti nel 1588,e precisamente a gennaio, altre trenta donne furono incarcerate e questa volta non c’era solo il coinvolgimento dei ceti più umili.I tormenti non risparmiarono nessuna,come riferiscono sempre gli Anziani che parlano appunto di “matrone”.
E a questo punto intervenne proprio il Consiglio degli Anziani(di cui facevano parte elementi delle famiglie più importanti e ricche del borgo,aristocratiche e non) per porre rimedio alla tragedia,visto che i primi morti gettavano ombre sul processo:la sessantenne Isotta Stella,morta agonizzante dopo le torture,e un’altra donna,caduta da una finestra in seguito ad un tentativo di fuga.Alcuni uomini del consiglio si rivolsero al Parlamento locale chiedendo che il governo di Genova venisse avvertito dei fatti.La richiesta fu purtroppo respinta.Lo stesso Podestà rifiutò di scrivere al Doge e fu così che gli Anziani lo fecero in prima persona,chiedendo che il processo venisse sospeso perché non garantiva più alcun tipo di giustizia.Gli Anziani nella loro lettera sottolinearono come le accuse nascevano dall’uso indiscriminato dei tormenti e così riferirono sul caso di Isotta Stella :”…dopo essere stata tormentata più volte alla corda,nonostante che fusse vecchia più di anni sessanta,un giorno fra li altri quasi disperata,chiamato a sé il vicario di mons. vescovo confessò aver complici di quanto era sospetta,perché indi a presso nodrita di pane e acqua,straciata di tormenti, se ne è morta in confessa et senza ordini di chiesa”.
C'è pure il Il Museo Etnografico e della Stregoneria. L’occasione giusta per immergersi nel fascino e nel mistero del borgo è rappresentata dalla visita al Museo Etnografico e della Stregoneria che raccoglie preziose testimonianze di storia locale.Al primo piano avrete modo di ammirare diversi esemplari faunistici (gheppio,gufo reale) della Valle Argentina,reperti archeologici ritrovati nei numerosi siti della zona (l’Arma del Gran Marmo di Realdo,il buco del Diavolo a Borniga,la tana della Volpe a Loreto),oggetti di uso quotidiano,documenti,statue ligne della scuola del maragliano.Un’intera sezione è dedicata alla figura della benefattrice cagliaritana Luigia Margherita Brassetti che si trasferì a Triora nel 1900 e vi rimase fino alla sua morte sopraggiunta nel 1926;vi sono esposti diari,fotografie,immagini sacre e altre testimonianze delle sue attività benefiche.La visita al Museo prosegue al secondo piano,dove ci addentriamo nel mondo stregonesco,ma non solo.Vi sono raccontati i mestieri e la vita di una volta. C’è la Cucina con una bella madia,gli strumenti per cucinare,paioli,treppiedi,lampade ad olio e tutto l’occorrente delle massaie del tempo;l’angolo dei Vignaioli invece mette in mostra botti,tini,macchine,traccia di un’attività un tempo importante e diffusa nel borgo.
L’economia legata alla castagna era uno dei fondamenti per la sopravvivenza delle genti di montagna ed è qui testimoniata da padelle,setacci e tutto ciò che era legato alla lavorazione del frutto.Anche la produzione del pane è vecchia di secoli a Triora e non poteva mancare una sezione dedicata ad essa ,già severamente regolata negli antichi Statuti Comunali.Ci sono poi altri oggetti tutti meritevoli di attenzione:una slitta da trasporto,una culla per portare i bambini (di quelle che si tenevano appoggiate sulla testa),due macchine per macinare il grano,un tempo primaria risorsa del luogo.L’argomento streghe è introdotto con una raccolta consistente di libri sull’argomento stregoneria e demonologia,ma il nucleo centrale lo troviamo all’ultimo piano,in quelle stanze che nella realtà furono utilizzate per incarcerare le povere accusate.Ci sono esposti i documenti originari dell’epoca,libri manoscritti e tutte le testimonianze del Processo del 1587;grazie ad un’ambientazione certamente tetra e inquietante,”prendono vita” piccole scene di streghe intente a preparare pozioni e incantesimi,ma ciò che più colpisce sarà la rappresentazione di una strega torturata al cavalletto,mentre sullo sfondo si intravedono altri supplizi.Adiacente alle prigioni c’è un grazioso giardino nel quale è possibile ristorarsi dopo questa suggestiva visita.

mercoledì 18 maggio 2011

Prigionieri nel Paese delle Fate

Sin dai tempi antichi esistono racconti di persone rapite dal Piccolo Popolo e portate nell'Altromondo contro la loro volontà, oppure di temerari rimasti imprigionati in una Collina (Sidhe) per essere stati tanto avventati da mangiare o bere qualche delizia appartenuta al Piccolo Popolo, acquistando così parte della loro natura fatata. Uno dei primi esempi di cui siamo a conoscenza è la storia di Malekin, riportata nella Cronaca medievale di Ralph di Coggeshall. Questa storia è uno degli esempi più comuni di rapimento, un Changeling, un bambino mortale portato via alla propria madre mentre ella era al lavoro nei campi. Questi piccoli, venivano spesso trattati con ogni riguardo, e finivano per essere accettati come Esseri Fatati essi stessi. Altre versioni più sinistre però, soprattutto di origine Irlandese e Scozzese, sostengono che i piccoli fossero rapiti per essere sacrificati al Diavolo al posto di bimbi del Piccolo Popolo. Abbiamo comunque già trattato più dettagliatamente l'argomento Changelings.


Non soltanto i bambini erano in pericolo però. Le Fate spesso rapivano anche giovani prestanti, sia per la loro bellezza, finendo per divenire gli amanti umani di qualche principessa, che per la loro prestanza fisica. Venivano infatti utilizzati anche come schiavi nelle miniere, in genere di ferro, metallo odiatissimo dai Fatati che non potevano venirne a contatto o per le violentissime partite di Hurling, sport di origine mitica che si pratica ancora oggi in Irlanda.

Tuttavia le ragazze rimangono la preda preferita del Piccolo Popolo. Le giovani partorienti venivano spesso rapite per fare da balie alle fate neonate, in quanto pare che le loro madri naturali producano un latte di scarsa qualità., e il momento in cui esse erano più esposte al pericolo era il lasso di tempo che intercorreva tra la nascita e il battesimo del bimbo. Molte storie raccontano di rapimenti di giovani madri falliti grazie ai saggi accorgimenti adottati dai mariti o dalle madri stesse, e a volte i rapitori fatati venivano intercettati proprio nel momento in cui commettevano il fatto, venendo poi ovviamente scacciati, solitamente con l'uso del ferro tanto odiato o con l'oinvocazione di qualche santo cristiano, oppure la vittima veniva salvata dall'Altromondo con qualche stratagemma, spesso indicato dalla stesse prigioniera. Ma non sempre queste storie avevano un lieto fine. In alcuni casi il salvataggio falliva, spesso per colpa della codardia del marito, più che per la malignità delle fate. Ad esempio, nel racconto " THE LOTHIAN FARMER'S WIFE", riportato da Douglas in "Scottish Fairy and Folk Tales", il destino della moglie viene compromesso proprio dal marito vigliacco che rimase nascosto e non la portò via da una processione di fate durante la notte di Halloween. La cattura di belle e giovani donne, per divenire le spose di re o Principi delle Fate, era quasi comune come quella della madri che allattano. In questi casi, non sempre la vittima è contraria, anzi. Ci sono esempi di fanciulle che provano vero amore nei confronti dei loro mariti fatati, e che non ne vogliono sapere di tornare indietro, in quanto la vita che conducono nell'Altromondo è agiate e serena.