martedì 12 gennaio 2010

Guerrieri Iniziatici nelle culture Indoeuropee


ESSI... PARTIRONO SENZA COTTE DI MAGLIA

DI FERRO, ED ERANO FRENETICI COME DEI CANI.

O DEI LUPI: ADDENTARONO I PROPRI SCUDI

ED ERANO TORTI COME ORSI O CINGHIALI:

UCCISERO DEGLI UOMINI. MA NE' IL FUOCO

NE' IL FERRO POTEVANO FARE LORO DEL MALE;

QUESTO E’ CIO’ CHE LA GENTE CHIAMA IL FURORE DEI

FORSENNATI

( YNGLINGA SAGA )



Nelle civiltà indoeuropee troviamo una struttura sociale articolata in tre funzioni. Queste funzioni sono attività fondamentali e indispensabili per la vita normale comunità. La prima funzione, quella del Sacro, regola i rapporti fra gli uomini sotto la garanzia degli Dei, determina il potere del Re, inseparabile dalla manipolazione delle cose sacre. La seconda funzione , quella relativa alla forza fisica e alla guerra interviene nella conquista, nell'organizzazione della società e nella sua difesa. La terza funzione ricopre un vasto ambito, quello della sussistenza degli uomini e della conservazione della società : fecondità animale ed umana, nutrimento, ricchezza e salute. Tuttavia è necessario sottolineare che l'ideologia tripartita, nella vita delle diverse società indoeuropee, non si accompagnava necessariamente ad una divisione tripartita reale. Essa può, là dove viene riconosciuta, essere soltanto un ideale e nello stesso tempo uno schema per interpretare e analizzare le forme che garantiscono il corso del mondo e la vita degli uomini. Possiamo notare che nella tripartizione indoeuropea la seconda funzione (guerriera) è occupata da un solo Dio ( vedi Thor, Indra etc...). Attraverso la comparazione di fonti epiche diverse come quelle rappresentate dal poema indiano del Mahabbarata, con quelle provenienti dalla tradizione avestica e scandinava, emerge un dato molto interessante. E’ infatti possibile notare come la funzione guerriera fosse ricoperta prima del'a dispersione delle popolazioni indoeuropee - ed in India in tempi ancora pre-vedici - da una coppia di divinità. Cosi abbiamo nella tradizione indo-iranica Vayu affiancato a Indra, in Grecia Ercole ed Achille, nella tradizione nordica Odino (Wotan) e Thor. Ora esaminando più attentamente questi dati è possibile constatare come queste divinità corrispondano a due tipologie di guerrieri che nella tradizione epica troveremo costantemente affermati. Cominciando dal Mahabbarata, "La Grande Storia dei Discendenti di Bharata", abbiamo due dei cinque fratelli Pandu, Bhima e Ariuna che sono le trasposizioni umane del del Dio Vayu. Bhim (detto anche " Ventre di Lupo" ) opera per lo più con la mazza, senza arco ne corazza, con la sola forza. Gigantesco ed anche rapido come l'uragano, ha come risvolto di questo privilegio una sgradevole brutalità, una grande difficoltà a dominare le proprie collere. Come guerriero Arjuna si distingue da Bhima, moralmente ma anche tecnicamente : non è il combattente nudo, ma il combattente coperto di corazza (cotta di maglia) e armato ; non è neppure, come Bhima, il combattente solitario, è invece il guerriero dell'esercito ed incarna, nella sua purezza e complessità, l'ideale Ksatriya, in cui si conciliano la forza ed il rispetto del Dharma (destino) proprio del suo Varaa (casta ) .



Nella tradizione germanico-scandinava troviamo la tipologia sopra esposta concretizzatasi, sul piano epico e nella realtà, nel modello del guerriero incarnato da Sigfrido (corrispondente dell'indiano Arjuna) e nei guerrieri-belva di cui sono piene le fonti epiche e la stessa cronaca. I guerrieri/belva della tradizione nordica erano, alla maniera di Bhima, animati da un coraggio che potremmo definire "demoniaco". Questo tipo di guerriero lo troviamo anche nei poemi omerici, là dove ci presentano uno speciale eroe, che in genere combatte isolato e i cui exploit lo rendono quasi pericoloso per i suoistessi alleati. E' questo l'Eroe - Daimon il cui esempio più caratteristico nell' Iliade è costituito da Diomede. I Latini conoscevano bene questi guerrieri animati da un coraggio irriflessivo, sonnambulare, divino/ferino che definivano "Furor".



Negli ambienti culturali germanici e celtici riscontriamo un analogo concetto, nei termini di "Wut" e di "Fearg", i cui esempi epico-mitici sono nella saga norrena di Odhin, cioè Wotan (il cui nome ha appunto a che fare col concetto di Wut), e nei canti celti dell' Ulster, Chuchuliann. Il Wut s'impadroniva del guerriero germanico e lo trasforma in una specie di belva: difatti in quelle culture esistevano confraternite di "guerrieri -lupo" (Ulfhednar) e di " guerrieri-orso" (Berserker). Il carattere iniziatico di queste confraternite era legato al sistema magico con il quale si otteneva una sorta di trasformazione in belva, collegata ad un insieme di credenze relative all'acquisizione rituale dell'invulnerabilità (insensibilità al dolore, completa disinibizione rispetto all'istinto di conservazione). Il Wut era un sorta di trance che

si otteneva mediante varie tecniche: ad esempio l'uso di alcuni guerrieri celti di combattere nudi, oppure l'uso, diffuso fra cerchie di guerrieri germanici, d'indossare oggetti (anelli, catene) o indumenti ricavati dalle pelli dei loro animali totemici, capaci di provocare una metamorfosi belluina. La cronaca storica ci "rimanda" molte testimonianze su queste tipologie di guerrieri : Paolo Diacono ci informa di "uomini dalla testa di cane" (cynocephali) che si diceva fossero presenti fra i longobardi e pronti a entrare in battaglia nei momenti più cruciali; oppure possiamo ricordare i Gesati presenti nella battaglia di Talamone del 225 A.C. Una stupenda testimonianza di questi guerrieri ci viene dal Nibelungenlied quando assistiamo alla scena nella quale guerrieri burgundi bevono il sangue degli uccisi.

Secondo l'interpretazione del poeta tedesco e cristiano quanto accaduto sarebbe un semplice ripiego contro la sete, quando in realtà si può intendere come un rito nel quale attraverso l'assunzione del sangue (simbolo popolare di vita e morte) del nemico ucciso questi guerrieri-iniziatici si impadronivano della forza del morto.



Indossare una "camicia di pelle d'orso" era segno distintivo del Berserker, questo era il simbolo indicante che il Berserker poteva attingere alla forza dell'orso. Il "potere dell'orso" veniva conquistato durante l'iniziazione dell'aspirante Berserker. Nella Hrolf Saga, Kraiki ci racconta che, fra le varie prove, il Berserker doveva uccidere l'immagine di un animale che vegliava nella sala reale, per poi bere il suo sangue e assimilare il potere della belva aggiungendolo a quello del guerriero. Al Berserker veniva attribuito il potere dell' Hammkammr ovvero del cambiamento di forma. Questo cambiamento

poteva essere diretto, agendo sulla percezione degli altri ed alterandola, o poteva essere un esperienza esterna al corpo. Queste capacità facevano del Berserker una sorta di guerriero sciamanico che doveva le sue capacità al potere di controllo e di incanalamento che esso esercitava sull'Onda l'energia vitale dell'individuo.

Una testimonianza di questa capacità ci viene mostrata da Bothrar Bjaork, campione del Re di Danimarca Hrolf, che combatte nell'esercito reale sotto forma di un orso, mentre il suo corpo giace addormentato nell'accampamento. A causa della loro prodezza marziale i Berserker erano i combattenti principali degli eserciti dei re norvegesi pre-cristiani. Haraid Fairhail, un sire norvegese del IX secolo, aveva dei Berserker come guardie del corpo. L'Ulfhednar indossava sulla giacca pelli di lupo e, a differenza dei Berserker - che lottavano a squadre - entrava in combattimento da solo. La tradizione dei guerrieri-lupo non è solo scandinava. A Radnor, la figlia di un principe celtico gallese mosse guerra ai suoi nemici sotto forma di un lupo. In un libro irlandese del XII secolo - "The Wonders of Ireland" - si afferma: " Ci sono alcuni uomini della razza celtica che hanno un potere meraviglioso ereditato dai loro antenati: per un arte maligna, infatti, essi possono assumere a loro piacere la forma di un lupo dai denti aguzzi e taglienti". Le tecniche dei Berserker e degli Ulfhednar erano dense di pericoli, specialmente per i non iniziati. Ne viene riportato un esempio nella Volsunga Saga.



Gli eroi Sigmund e Sinfyati incontrano per caso nella foresta due uomini addormentati che portano due anelli magici d'oro. Sopra di loro sono sospese due pelli di lupo, delle quali si spogliavano ogni quinto giorno e che poi indossavano nuovamente per mezzo degli anelli. Sigmund e suo figlio indossano le pelli di lupo ed acconsentono a seguire certe regole di combattimento: "Parlavano la lingua dei lupi, entrambi capivano quel modo di parlare... Fecero un accordo in base al quale ciascuno dei due avrebbe avuto la possibilità di assumere sette uomini, ma non di più". I due Volsung indossate le pelli di lupo, in modo incontrollabile si trasformano in fiere e uccidono indiscriminatamente finché non riescono a togliersi le pelli e a bruciarle. Molto probabilmente il linguaggio del lupo, cui fa riferimento la Volsunga Saga e l'antico scritto norvegese Hrafnsmal (dove si legge: " I Berserker abbaiavano... Gli Ulfhednar ululavano..."), può essere una forma di richiamo simile al Kiai delle arti marziali orientali, che ha l'effetto di abbassare momentaneamente la pressione sanguigna degli avversari - consentendo di colpire in maniera più efficace il nemico. Le confraternite dei Berserker e degli Ulfhednar con i loro corrispettivi celtici, indiani, latini e greci sono l'antica testimonianza di un passato in cui i nostri antenati ancora liberi dalla mortificazione cristiana erano così vicini al "Divino" dall'intendere la guerra come esperienza ascetica al fine di trascendere la propria condizione umana.

lunedì 11 gennaio 2010

Pietre incise nella zona del Beigua

Sul versante Sud del massiccio del Beigua, in località Ceresa, sorge una pietra piatta, circa tre metri lunghezza.

La pietra si trova attualmente sul bordo di un crinale, appena sopra all'alveo di un piccolo ruscello, la cui fonte è situata appena piu in alto del sentiero.

Sulla superficie della roccia sono chiaramente visibili due marcate incisioni a coppella, ovvero incisoni di forma rotonda realizzate probabilmente tramite il ripetuto sfregamento in senso circolare di una qualche sorta di strumento da intaglio.

Le incisioni a coppella sono molto comuni in questa zona, e in generale sulle rocce liguri, e si prestano a svariati tipi di interpretazione.

Alcuni teorizzano che fossero una sorta di segnale, utilizzato da antichi cacciatori come indicatore di posizione o demarcamento territoriale, altri pensano che le coppelle (come anche le incisioni a polissor, presenti su alcune rocce della zona) siano i segni lasciati dall'affilatura o dalla preparazione di utensili, mentre altri ancora credono in un significato magico rituale legato, probabilmente al culto delle acque.

Personalmente credo che siano valide tutte e tre le interpretazioni, vista la presenza di coppelle in siti non distanti da questa roccia e con utilizzi differenti (ad esempio il Riparo di Rocca Due Teste o l'Altare di Pietra di Faie).

Per la roccia in esame credo che prevalga l'interpretazione di tipo rituale, vista la vicinanza ad una fonte ed al "portale di pietra" della Strada Megalitica, il quasi perfetto allineamento N -S con il menhir abbattuto Ceresa 2, ma anche la presenza nelle immediate vicinanze di un'altra pietra incisa, nella quale mi sono imbattuto casualmente esplorando la zona durante la mia ultima uscita.

Questa roccia si trova a circa 5-6 metri dalla principale verso NE, ed un piccolo affioramento nel terriccio alto circa 40 cm. Su un lato della ietra si trova un'incisione a forma di "Y" rovesciata, con chiari segni nel mezzo e ai lati dei due "bracci".

Evidenziando l'incisione, la figura che risulta, ricorda molto alcune incisioni della Valcamonica o della Valle delle Meraviglie, quindi mi fa supporre che sia stata realizzato con uno scopo figurativo e non sia il risultato della messa a punto di un qualche utensile.

In ultima analisi, personalmente credo che questo sito fosse utilizzato come un altare dalle antiche popolazioni Liguri, un altare che non sfigurerebbe affatto nell'ipotesi che la questa zona fosse una specie di santuario montano o parte di un antico percorso rituale.

domenica 10 gennaio 2010

La Strada Megalitica del Monte Beigua (Sv)

Tutto il massiccio del Monte Beigua (Provincia di Savona, Liguria) è ricco di megaliti e probabilmente faceva parte di un'antica zona sacra agli antichi Liguri (o Celtoliguri, l'origine non è certa).

Sono presenti pietre incise, dolmen e menhir, sia su un versante che sull'altro. Quello che sto per illustrare è locato nelle vicinanze di Alpicella, entroterra di Varazze.
Dall'abitato, salendo verso la cima si possono incontrare due menhir, uno eretto (Ceresa 1) sul quale si possono anche vedere precisi segni di lavorazione. Su ambo i lati del monolite si trovano tre-quattro incavi come quello in foto Probabilmente, questi incavi sono segni lasciati intenzionalmente, come nelle vicine pietre incise di Priafaia e l'altare di Faie. Una teoria su questo menhir dice che potrebbe avere una funzione di calendario solare, con l'ombra che in coincidenza dei solstizi ricadrebbe sulle incisioni, ma è da verificare.

L'altro menhir (Ceresa 2), situato in una radura davvero suggestiva, è abbattuto. Ceresa 2 non presenta incisioni come quelle di prima, perlomeno sul lato visibile. Rialzarlo non deve essere una cosa semplice, La pietra, secondo me potrebbe pesare quasi una tonnellata!

Proseguendo si raggiunge quella che probabilmente era una strada lastricata sacra, delimitata nel suo lato meridionale da una sorta di "portale" costituito da due grosse pietre contrapposte.L'idea che mi ha dato questo punto è proprio quella di un'entrata, un'entrata verso un vero e proprio luogo di culto. Una sorta di antichissimo tempio immerso nella Natura.

Infatti, passato il portale delle due rocce, proseguendo verso l'alto, possiamo notare i due muri che delimitano il percorso lastricato (quello a monte è molto deteriorato, ma l'altro lato è ottimamente conservato) intervallati da monoliti, alcuni anche di ragguardevoli dimensioni.







Dopo circa 500/600 metri si raggiunge una radura dove si trova un bellissimo cerchio di pietre basse e piccoli menhir.

Probabilmente questa era la parte più sacra dell'intero complesso... Mi ricorda in qualche modo la spianata accanto al grande tumulo di Knowth, nella valle del Boyne in Irlanda... Non perchè si assomiglino particolarmente, ma per una questione di sensazione.

Ad ogni modo la finalità rituale di tutto il complesso risulta abbastanza chiara, la presenza di numerosissime fonti e ruscelli nei dintorni potrebbe farmi pensare a un qualche collegamento con il culto delle acque.


mercoledì 6 gennaio 2010

Glendalough

Il nome di questo magnifico sito monastico irlandese deriva da "Gleann da locha", che significa "la Valle dei due laghi." Glendalough si trova circa 46 km a sud di Dublino, nella contea di Wicklow, dove il fiume Glenealo si getta nel fiume Glendasan, poco più a valle di due laghi appunto, conosciuti come "Upper Lake" e "Lower Lake". Poco prima della confluenza tra i fiumi sorge il principale gruppo di rovine, denominato Città Monastica.

Glendalough è stata fondata come eremo da San Kevin nella seconda parte del 6 ° secolo dC. Mentre il suo lignaggio reale è generalmente riconosciuto dagli storici, la maggior parte dei racconti sulla vita di Kevin sono confusi con il mito e la tradizione folklorica, ma al momento della sua morte nel 618, il monastero era definitivamente completato e attività.
Glendalough storicamente è stata colpita da ricorrenti disgrazie. Le rovine che rimangono ancora oggi, hanno sopportato incendi, saccheggi e distruzioni, sia da parte di stranieri che di locali Irlandesi, per tutta la durata dei secoli di occupazione, ma formano forse il sito monastico antico meglio conservato in Irlanda. Poco si sa di Glendalough durante il 16 ° e 17 ° secolo, ma un crescente interesse per i monumenti nazionali in Irlanda, ha portato nel 1779 a Glendalough l’artista ugonotto Gabriel Béranger e pittore-architetto italiano Angelo Maria Bigari, che hanno compiuto grandi schizzi di questo sito monastico. Una ricerca della Royal Historical and Archaeological Association of Ireland sui monumenti irlandesi, ha permessola riscoperta di Glendalough e le successive fasi di ricostruzione nel 1870. Il lavoro a Glendalough è iniziato nel 1875, poco dopo Sir Thomas Deane è diventato il capo dei Commissari ai lavori pubblici, e ha continuato fino agli inizi del 20 °
secolo.
 
Il cuore di questo sito si trova vicino alla convergenza dei due fiumi. Si può arrivare a Glendalough attravesando il fiume Glenealo, lungo la sponda orientale dell’ Upper Lake e continuando verso sud lungo la Green Road fino a un ponticello di legno appena passato il Lower Lake. Questa passeggiata mostra tutta la selvaggia bellezza delle Wicklow Mountains.
Una delle più importanti strutture è il portale, utilizzato come ingresso a Glendalough lungo il fiume Glendassan, e che ora rimane l'unico esempio ancora in piedi di entrata a un monastero irlandese della prima età cristiana.

La Round Tower si trova appena dopo il portale, ed è forse la più imponente struttura di Glendalough. Raggiunge oltre 30 metri di altezza, ha la porta di accesso a 3metri da terra, è composta di cinque piani, ed è coronata da un cappello conico (che è stato sostituito nel 1876). Il primo livello ha quattro finestre, ognuna rivolta verso a uno dei punti cardinali.

La Cattedrale è la più grande chiesa della città monastica, risalente al 10 ° secolo, ed è servita come centro religioso della città. La sua navata di circa 9 metri, è la più ampia tra le chiese paleo cristiane Irlandesi. La porta ha un struttura semicircolare ad arco per deviare la maggior parte del peso. Uno degli aspetti più interessanti della Cattedrale è che la parte inferiore di ogni muro sembra essere di spessi, solidi blocchi. Invece, sono semplicemente grandi lastre in posizione verticale su entrambi i lati, con lo spazio interno riempito da materiale di risulta.

La Priest’s House è un piccolo edificio rettangolare che potrebbe essere stato utilizzato per qualcosa di diverso da semplice residenza monastica durante il 12 ° secolo. Questo edificio potrebbe essere in gran parte una ricostruzione del 1870, sulla base di un disegno di quanto era ancora intatto nel 1779. Vicino alla Priest’s House e alla Cattedrale, sorge la St. Kevin's Church. Si tratta di un edificio a due piani con una volta a botte della camera bassa, e dispone di un una torretta rotonda simile a camino, che esce direttamente dal tetto. Una struttura simile si trova all’oratorio di St. Columba in Kells, nella contea di Meath. Il coro di St. Kevin's è crollato dal 18 ° secolo, ma lascia chiare traccie della sua presenza nella forma delle sue fondamenta.

È importante notare che a volte ci sono diverse grafie, pronunce, e anche nomi diversi per queste strutture. Quelli utilizzati in precedenza sono quelli che sembrano comparire più frequentemente. I resti di cui sopra non sono tutto ciò che c'è da vedere a Glendalough, ma sono certamente alcuni dei più significativi. Quando si considera il periodo di attività del sito di Glendalough dai tempi di San Kevin fino ad almeno tutto il 15 ° secolo, si dovrebbe dedurre la la passata esistenza di strutture collaterali, quali cucine e refettori, una latteria, frantoi, forni, scriptorium, laboratori per falegnami e fabbri , oltre ad altre strutture abitative capanne di legno o similari.

Un pensiero finale dovrebbe essere dato alla storia di Glendalough e alle implicazioni che ha avuto sulla vita monastica. Nel 1111, il clero e laici si sono incontrati al Rathbraesail, nella contea di Tipperary, e hanno diviso l’Irlanda in 22 distretti. Glendalough è diventato uno dei cinque vescovadi del Leinster e deteneva Dublino all’interno dei suoi confini. Tuttavia, nel 1213, i ruoli si sono invertiti e Glendalough divenne dipendente da Dublino, che era sotto il controllo anglo-normanno.
Il sito venne quasi raso al suolo dalle truppe Inglesi di Riccardo II nel 1398, ma gli abitati e i religiosi rimasero comunque sul posto.
Oggi Glendalough è una nota meta turistica appena fuori Dublino, ma l’affluenza delle persone non turba affatto l’atmosfera magica e misteriosa della verde Vallata dei due Laghi.