giovedì 6 agosto 2015

IL TRISTO MIETITORE, OVVERO... LA MORTE!

Il Tristo Mietitore
La Morte è, per la maggior parte delle culture, il più grande (ed inesplicabile) enigma. Un aspetto sinistro, ma assolutamente inevitabile, dell'esistenza di noi tutti. Ricchi o poveri, Re o sudditi. Chiunque, uomini e donne, di qualunque ceto o stirpe, deve affrontarla prima o poi. La MORTE.
Il fatto che, inevitabilmente, ogni essere umano deve andare, volente o nolente, incontro ad essa, ha fatto si che il concetto stesso di "Morte", sia stato studiato a fondo nel corso dei secoli, cercando di spiegarlo, per quanto possibile, e di renderlo quanto più presentabile ed accettabile.
Per molte persone, la Morte è un'ombra scura e implacabile che incombe sulle loro esistenze costantemente. Questo pensiero (estremamente condivisibile) è diffuso tanto ora come in passato, e ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione di un personaggio che interpreti e simbolizzi il concetto. Il Tristo Mietitore. Armato di falce, col volto scheletrico e vestito di un lugubre saio con cappuccio, questo personaggio, conosciuto semplicemente anche come "Morte", monopolizza ormai il concetto. Sia in chiave folklorico/etnologica, sia in chiave "Pop".
La figura del Tristo Mietitore, è una sorta di summa di simboli legati al concetto stesso di dipartita. Il Mietitore brandisce una falce, figura che simboleggia il distacco forzato dell'anima dal corpo fisico, una sorta di arma in grado di "mietere", appunto, le anime dei vivi per farne una fascina e portarle in un luogo (Aldilà) che non ci è dato conoscere, perlomeno non a tutti.
La figura del Mietitore, non è sempre e solo sinonimo di dipartita imminente. A volte è vista anche come una creatura che si mostra ai Viventi per indicare loro una premonizione, una sorta di avvertimento. Se non capisci il senso della visione, allora sappi che il tuo comportamento ti condurrà a una inevitabile... Morte. Più che semplice, se mi è permesso. Però, se uno capisce al volo la premonizione, la figura del Tristo Mietitore può anche risultare positiva, anche solo per per il fatto di riuscire a vedere qualche altra alba...
Molte persone che sostengono di aver incontrato il Triste Mietitore, descrivono questa entità come estremante silenziosa e quasi passiva, che si limita ad un solo, piuttosto significativo, gesto. Tirare fuori dal suo lugubre mantello un oggetto forma di clessidra o di vecchio orologio a cipolla. Anche senza profferir parola, il messaggio risulta chiaro. E il suo viso scheletrico, ovviamente impassibile, non fa che rafforzare il concetto.
La lunga veste indossata dal Mietitore, probabilmente, deriva dai sai neri che alcuni monaci vestivano, a partire almeno dal 1500, in periodo di lutto. Alcune antiche dicerie, quelle che potremmo oggi classificare come "Leggende Urbane" o "Creepypasta", raccontavano di monaci spettrali, vestiti con il saio nero, che volteggiavano sopra i giacigli dei moribondi. Queste apparizioni sono state registrate molte volte, in molti luoghi diversi. Il collegare i monaci neri alla personificazione della Morte stessa, è davvero un breve passo.
Le credenze a proposito di una personificazione della Morte, sono però molto più antiche del XIV° Secolo. Già nell'antica Grecia era uso rappresentare il dio Chronos (Kronos), signore del Tempo, come un vecchio armato di falce. Il suo stesso motto, "Nulla è per sempre", rafforza ulteriormente il collegamento. Con l'avvento del Cristianesimo medioevale, la figura del Mietitore si andrà a sovrapporre con quella di uno dei quattro Cavalieri dell'Apocalisse, Morte appunto, quale uno scheletro armato di falce in groppa a un destriero, anch'esso scheletrico.
Nonostante la sinistra fama che da sempre lo accompagna, il Triste Mietitore non è per forza visto come una figura negativa. A volte, il sopraggiungere della Morte, libera una persona dalla sofferenza. In tempi antichi, il lavoro del Tristo, per quanto doloroso, poteva salvare una comunità, riportando il numero di bocche da sfamare a livelli accettabili. Oggi tendiamo a non considerare a dovere la sua figura, tanto che lo raffiguriamo anche in serie a cartoni animati, rendendolo innocuo e simpatico, come ad esempio nella spassosa produzione "The Grim Adventures of Billy & Mandy" .
Però, in cuor nostro, sappiamo che, inevitabilmente, prima o poi dovremo incontrarlo. E allora, forse, sarà Lui a ridere...

mercoledì 8 luglio 2015

LA MUMMIA MISTERIOSA DELLE SAN PEDRO MOUNTAINS

Nel mese di giugno del 1934, due cercatori d'oro, impegnati in alcuni scavi lungo le San Pedro Mountains, nello stato del Wyoming, USA, si imbatterono in una piccola caverna, scavata in profondità nella dura roccia del massiccio montuoso. All'interno di questa cavità, i minatori fecero una scoperta sorprendente, i resti dimenticati, ma estremante ben conservati, di una piccola creatura umanoide. L'origine dell'essere rimangono tuttora un mistero. Le tribù locali di Nativi, erano solite raccontare storie a proposito dei "Nimeriga", una sorta di folletti o spiritelli. In alcuni di questi racconti, i Nimerigas avevano una sorta di poteri magici, sia per combattere che per guarire. In altre storie, si parlava di una popolazione ostile agli Umani, che combatteva ferocemente, anche grazie a delle tremende frecce avvelenate.
La scoperta di questi resti mummificati attirarono l'attenzione pubblica sulla zona suscitando molti interrogativi e, inevitabilmente, molte polemiche. Erano infatti in molti a credere che i cercatori abbiano montato la storia ad arte, assemblando in qualche modo la strana mummia. Moltissimi studiosi si recarono in zona, per tentare di studiare il reperto, che nel frattempo era stato battezzato affettuosamente "Pedro". Il corpo, nella sua posizione seduta (vedi foto) misurava quasi 17 cm, mentre l'altezza stimata, se fosse stato con le gambe e distese, si aggirava sui 35 cm. Decisamente troppo pochi per i resti mummificati di una persona comune.
La piccola mummia era stata rinvenuta in una piccola sporgenza, all'interno di una grotta che sembrava di origine artificiale. Era, come già accennato, in posizione seduta, con le gambe incrociate e in uno straordinario livello di conservazione, tanto che persino le unghie erano chiaramente distinguibili. La mummia presentava caratteristiche anatomiche molto particolari, quali gli occhi sporgenti e il cranio appiattito. Una strana sostanza gelatinosa ricopriva la testa di Pedro, probabilmente i resti di un qualche unguento utilizzato per la conservazione del corpo. Il naso era schiacciato, la dentatura perfetta e la pelle estremante raggrinzita.
Negli anni successivi al ritrovamento, molti altri test furono condotti sulla mummia, alcuni anche estremante invasivi. Vennero usati largamente anche i raggi X per accurati esami della struttura scheletrica. Inizialmente, furono in molti a ritenere Pedro la mummia di un bambino, forse nato prematuro, sicuramente con deformità congenite. Però, gli esami, comprese le lastre radiografiche, mostravano un'ossatura sviluppata, dentatura completa e affilata e, quasi impossibile per un neonato deforme, la presenza di un ultimo pasto nello stomaco, quasi certamente carne, masticata a dovere. Inoltre, la causa della morte sembrava essere di natura violenta e improvvisa, ossa rotte e danni al cranio e alla colonna vertebrale.
Per molti, comunque, si trattava di una macabra bufala, probabilmente il corpicino di un neonato usato come base per un perverso scherzo di tassidermia. Molti altri, invece, sostenevano di trovarsi davanti alla prova dell'esistenza di una qualche creatura simile ( e probabilmente collegata) al Piccolo Popolo delle leggende Europee o ad altre tradizioni Americane ( vedi Pudwukies). Molto tempo dopo, alcuni sostennero che Pedro, altri non fosse che il cadavere di un visitatore Alieno. Sicuramente, quale che sia la verità, è un reperto di difficile interpretazione.
Test moderni potrebbero chiarire, sia pur con buona approssimazione, l'origine di Pedro. Ma, come purtroppo accade di sovente con questi reperti, la mummia è andata persa. Si dice che il corpo fosse usato come attrazione in un circo itinerante degli anni '40, successivamente acquistato da un tale Ivan Goodman, alla cui morte (1950) furono ceduti a un uomo di nome Leonard Waller (o Walder), che ne fece perdere definitivamente le tracce.

Senza resti da esaminare, la vera identità di Pedro, rimane dunque un mistero. La maggior parte degli studiosi che ha avuto a che fare con la mummia, concorda che si trattava di un maschio adulto, nonostante le dimensioni. Non possiamo però azzardare nessuna ipotesi concreta sulla natura della sostanza gelatinosa che lo ricopriva, ne del perché fosse stato sepolto, sigillato in una profonda grotta scavata. Il mistero delle San Pedro Mountains, per ora, è dunque destinato a rimanere tale...

martedì 7 aprile 2015

I Curiosi Ritrovamenti di Glozel

1924, Glozel, un paesino che sorge nel Dipartimento di Allier (Francia). Émile Fradin, figlio diciassettenne di un allevatore locale, inciampò (letteralmente) in una delle più controverse scoperte archeologiche dei tempi moderni. Una delle vacche a cui stava badando, ebbe la sfortuna di finire in un fosso, a poca distanza dalla fattoria di famiglia. Mentre cercava di liberare il povero animale, Fradin disseppellì una sorta di pozzo rivestito di mattoni. Sul fondo della struttura, di forma ovale, vennero rinvenuti svariati oggetti, tra cui un teschio umano e alcuni manufatti piuttosto curiosi: ossa intagliate, sassi incisi ma, soprattutto, alcune pentole e tavolette in argilla, che presentavano strani simboli incisi su di esse.
Rimasto perplesso dalla singolarità del ritrovamento Fradin si fece prestare qualche libro di archeologia dall'insegnante locale. In questi volumi il ragazzo trovò alcuni disegni, molto somiglianti agli oggetti scoperti nel campo. In seguito, la vicenda finì con l'incuriosire il dottor Antonin Morlet, un archeologo dilettante, che intraprese estesi scavi in zona, convinto del fatto che Émile avesse scoperto un sito Neolitico molto particolare, se non addirittura unico.
Morlet si affrettò a pubblicare un resoconto della scoperta, portando la vicenda all'attenzione della comunità accademica Francese, la quale rimase, nel migliore dei casi, scettica. La natura dei reperti, diversi da ogni oggetto neolitico rinvenuto in Francia (e nel resto del mondo), fece avanzare i dubbi sulla effettiva bontà della scoperta stessa. Per la maggior parte degli studiosi, quegli oggetti erano in realtà dei falsi, oltretutto realizzati da una persona con scarsa conoscenza archeologica. I sospetti caddero, ovviamente, sul giovane Fradin, che però si dichiarò sempre innocente, fino alla morte avvenuta nel 2010.
Due commissioni d'indagine furono formate per investigare sul sito, ribattezzato ormai Champ des Morts, Campo dei Morti. Per entrambe i ritrovamenti erano falsi. Nel frattempo però, la famiglia Fradin decise di guadagnare sulla vicenda, dando vita a un piccolo museo vicino alla fattoria, dove vennero esposti alcuni dei controversi reperti. Ma cosa c'era di tanto particolare in quegli oggetti?
La maggior parte dei reperti provenienti dal Champ des Morts, consisteva in oggetti recanti incisioni. Alcuni soggetti erano però quantomeno anacronistici. Ad esempio, una pietra recava l' immagine di una renna, accompagnata da una scritta in un qualche alfabeto. Il problema è però che le renne, in quella parte d'Europa, sparirono per via dei cambiamenti climatici intorno al 10.000 aC, mentre le prime forme di scrittura con alfabeto risalgono al 3300 aC, e per di più in area Medio Orientale! Gli elementi dello stesso oggetto, non coincidevano tra loro. Ma c'è dell'altro: i caratteri dell'incisione sarebbero stranamente simili a quelli dell'alfabeto Fenicio, forma di scrittura molto più recente, datata infatti attorno al 1000 aC! Ma, ovviamente, non si è mai saputo nulla di una ipotetica colonia Fenicia nella zona di Glozel, men che meno in anticipo di millenni sulla Storia ufficiale!
Comunque, nonostante il parere negativo delle due commissioni, Morlet non si perse d'animo e continuò a professare l'assoluta veridicità dei suoi ritrovamenti, invitando numerose personalità accademiche a visitare, e scavare, il sito. In sostegno della sua teoria venne, nel 1926, Salomon Reinach, curatore del Museo Nazionale di Saint-Germain-en-Laye, che partecipò agli scavi per tre giorni. Reinach confermò l'autenticità del sito.
Una svolta, non decisiva ma comunque importante, avvenne quando l'archeologo Abbé Breuil, che partecipò anch'esso alle ricerche, dichiarò che i ritrovamenti di Glozel non potevano essere datati tutti nello stesso periodo, fatta eccezione per il vasellame. Questo stava a significare che gli oggetti, per quanto autentici, potevano essere stati incisi in epoche diverse. Praticamente, la scritta sarebbe stata aggiunta in un secondo tempo. Insolito, ma plausibile.
La controversia andò avanti per anni, almeno fino alla morte di Morlet, nel 1965. Il sito intanto continuava ad essere scavato, portando alla luce un grande numero di oggetti, riconducibili anche al periodo Gallo Romano e Medioevale, dati confermati dalle tecniche di datazione al radiocarbonio. Cosa che supportava la tesi di Breuil. Quello che però non si è ancora capito è cosa fosse veramente l'alfabeto ritrovato. Come già detto, i simboli erano riconducibili al Fenicio, o a uno dei suoi derivati. Analizzandolo meglio però, si capisce che è formato da un mix di simboli, di diversa matrice. Cosa che non gioca a favore della sua autenticità, ma che fa infittire il mistero. Nel corso degli anni sono state tentate numerose interpretazioni di questo supposto linguaggio, paragonandolo di volta in volta al Basco, Caldeo, Cretese, Ebraico, Iberico, Latino, Berbero, Ligure, Turco e il già citato Fenicio.

Ancora non si è arrivati, dopo quasi un secolo di scontri accademici, a una valida teoria unitaria. Certamente, se i manufatti che presentano le maggiori "incongruenze" dovessero risultare autentici, molto andrebbe riscritto a proposito della storia della Civiltà. Alcuni (ma io non sono tra questi) sostengono che non vi sia ancora chiarezza proprio per non dover affrontare questo vero e proprio sconvolgimento accademico. Si arriverà mai a una conclusione? Alfabeti misteriosi o meno, il sito di Glozel si è comunque rivelato una vera e propria miniera di reperti storici e sepolture di moltissime epoche, dimostrandosi così un bene preziosissimo e fondamentale.  

martedì 10 febbraio 2015

Arlecchino, Harlequin, Hellekin. Il lato oscuro del Carnevale parte 1

Down, down to Hell, from whence ye rose.”
Quando il Dio Mercurio pronuncia queste parole, nella scena finale de "Harlequin Student; or the Fall of Pantomime, with the Restoration of the Drama", Egli si rivolge ad Arlecchino e ai suoi compagni, attori Inglesi di pantomima al di fuori della Commedia dell'Arte. Quello che il Dio Greco degli, tra le tante cose, insulti vuol ribadire con questa frase, è un dettaglio noto a tutti un temp ma che, ultimamente, si è in larga parte dimenticato. La figura di Arlecchino ha origini demoniache. Sissignore! Demoniache!! Lo scorrere dei secoli ha trasformato (ma solo superficialmente) una Divinità minore dei Regni Inferi in una figura teatrale, addirittura buffa e divertente. Personalmente ho sempre trovato Arlecchino piuttosto inquietante. Qualche ricerchina sulla sua figura non ha fatto altro che darmi ragione. Andiamo con ordine però...
Con il temine "Commedia dell'Arte", si intende generalmente un gruppo di compagnie teatrali Italiane in accordo tra loro che, a partire dal XVI Secolo fino al XVII, vagarono per tutto il continente Europeo inscenando spettacoli comici, spesso improvvisati, in ogni luogo disponibile ad ospitarli: piazze, slarghi e palchi di fortuna. Più tardi anche nei palazzi di nobili e alte cariche ecclesiastiche. E' proprio grazie alle compagnie della Commedia che il teatro sopravvisse Europa nei secoli del Medio Evo, mantenendo in vita una tradizione che arrivava direttamente dalla Grecia Classica e che, in quel periodo, era condannata dalla Chiesa Cristiana e ritenuta peccaminosa e diabolica.
Uno delle figure principali della Commedia dell'Arte, era un elegante figuro mascherato e vestito con abiti multicolori, conosciuto nella penisola Italiana come Arlecchino, Harlekin in Germania, Harlequin in Francia e Gran Bretagna e Arlequin in Spagna. Partita come personaggio secondario, col passare del tempo Arlecchino conquista sempre più importanza, fino a diventare un vero e proprio cardine del teatro Rinascimentale. Affascinava sia i nobili che il popolo. E parte del suo fascino lo doveva, sicuramente all'alone di malizioso mistero che lo circondava. Una figura furba, astuta, giocosa. A volte troppo. E le sue origini non fanno altro che confermare il fatto che non era, non soltanto, una figura comica. Dietro c'era in effetti molto di più.
La genealogia di Arlecchino è sia antichissima che esotica. Due principali linee sono confluite in questa figura. La prima è decisamente originata dalle culture "barbariche" del Centro/Nord Europa, mentre l'altra proviene dagli assolati scenari del Mediterraneo Classico. Entrambe queste figure sono confluite poi in un solo personaggio, decisamente interessante. In epoca Cristiana, moltissime credenze sulle Antiche Divinità vennero rimaneggiate per poter far parte del folklore collegato alla nuova fede. Stessa sorte ad alcune figure Divine, tra cui quella che diventerà Arlecchino.
Le fonti più antiche riguardanti la parte "nordica" del personaggio, mostrano chiaramente la sua origine demoniaca. Un manoscritto Normanno, la Historia Ecclesiasticae Libri XIII, scritto da Ordericus Vitalis (1075-1143?), è il primo riferimento scritto, accertato, su questo argomento. L'autore, un monaco Anglo-Normanno, narra una leggenda, riguardante un monaco Francese di nome Gauchelin e del suo incontro con alcune Entità soprannaturali. Il monaco, tornando nottetempo alla sua dimora di Bonneval, nei pressi di Chartres, fu avvicinato da una masnada di esseri infernali: "Haec sine dubio familia Herlichini est". Si parla della "Famiglia di Herlechin", una "spettrale schiera di implacabili Demoni, che era solita infuriare tra boschi e valli in certe notti invernali in corrispondenza coi festeggiamenti per il Carnevale, distruggendo e razziando tutto quello che trovava sul suo cammino". Gauchelin riconosce i suoi assalitori anche come facenti parte della "Wild Horde", un infame gruppo di esseri demoniaci presente nel folklore di tutta Europa, e assimilabili alla Caccia Selvaggia, di cui ho ampiamente parlato in passato. La processione di anime dannate era guidata da gigantesche figure armate di clava, conosciute come "Hellekins". Questa è, probabilmente, la versione scritta più antica del nome che diverrà poi, Arlecchino.
Che questo episodio, narrato nel XII Secolo, sia così dettagliato, indica che le tradizioni sulla Wild Horde/Caccia Selvaggia, e i suoi demoniaci conduttori, siano radicate nel folklore già da moltissimo tempo. La testimonianza di Ordericus Vitalis non è certo un episodio isolato, ma soltanto il primo riportato per iscritto e riscontrabile ancora oggi. Le credenze del genere erano molto ben radicate durante il Medioevo, soprattutto in Francia, e forniscono numerosi altri dettagli che vanno a completare questa affascinante figura. Wilhelm di Alvernia, vescovo di Parigi morto nel 1248, ha verificato quanto vasta potesse essere la gamma delle tradizioni legate a questa figura demoniaca. Nel suo Tractatus de Universo, riporto molte versioni del mito, tra cui una Spagnola. Un poeta Normanno racconta una storia piuttosto singolare. Una vecchie e lasciva strega di Rouen, in punto di morte chiede a "Hellequin" di sposarla. Il demone apparentemente acconsente, portando con se un'orda di tremila suoi infernali sottoposti al "corteo nuziale", prendendo con se l'anima della moribonda. Anche dietro le lusinghe della Morte, Harlequin è comunque un Demone dalla prorompente e lasciva sessualità, un Demone Amante, quello che, in sostanza era Ade per Persefone. Un altro riferimento ad un Arlecchino Demoniaco e seducente, ci viene dal racconto (sempre Francese) "Le jeu de la feuillée", attribuito ad Adam de la Halle. Nel racconto incontriamo un tal "Harlequin", sovrano degli Inferi, che cerca di conquistare la bella e terribile Fata Morgue (Morrigan? Poveraccio!) attraverso l'intercessione del diavolo Crokesot (in versioni più recenti Croquesot).
Questo Demone medioevale Francese si è spontaneamente evoluto da esseri del folklore Norreno e Teutonico molto temuti in Germania e nelle aree adiacenti, esseri conosciuti come "Teufel Herlekin", Hel o Hela (Nomi attribuiti anche alla Dea Norrena dell'Oltretomba. Il cerchio comincia a chiudersi...). Il consorte di Hel, Ellerkonge, era una Divinità maschile legata all'albero di Ontano e alla Terra dei Morti. Un'errata traduzione dal Norreno, diede il nome (Tedesco) a Erlkönig, il Re degli Elfi delle saghe Germaniche. La sua variante Erl King, appartenente alla tradizione Scandinava e Tedesca, era un potente spirito che guidava una masnada di anime in una caccia sfrenata, durante alcune notti... Ricorda forse qualcosa? Caccia Selvaggia? Probabile, visto che queste entità sono spesso collegate alla figura di Wotan/Odino... Nel frattempo, nell'Inghilterra danese, e in seguito in tutta l'Isola, si parlava di Herleking, o Re Herla. Ma il personaggio è lo stesso medesimo.
Secondo alcuni, Herlekin è probabilmente una delle figure che hanno dato origine a Herne il Cacciatore o agli svariati Green Man, Robin Goodfellow, Robin-in-the-Green e, crediateci o no, Robin Hood. Figure diffusissime nel folklore rurale CeltoBritannico (Per approfondire,il mio ebook Le Isole del Mistero). Tutte figure assimilabili, in un modo o nell'altro, alla fertilità e all'imminente arrivo della Primavera.

Continua...

martedì 20 gennaio 2015

Cani Fantasma e Mastini Fatati

Chi segue il mio blog e le mie pubblicazioni, certamente non è nuovo a sentir parlare del Piccolo Popolo e di tutto quello che gli gravita attorno. Ai miei assidui lettori, non risulterà nuova la figura del cosiddetto Black Shuck, i neri molossi spettrali di cui è ricco il folklore celto-anglosassone.
Bene, i Black Shucks hanno un loro omologo più pallido e meno famoso. Ma sicuramente non meno pericoloso. Gli White Dogs, cani fatati bianchi come la neve.
Uno degli White Dogs più famosi della tradizione Inglese, è il cosiddetto Gally-Trot, presente nel folklore delle contee a Nord e nel Suffolk. Questa creatura si presenta come un grosso mastino bianco, delle dimensioni di una giovenca, con la tendenza di inseguire, abbaiando, chiunque capitatogli davanti, abbia la (ragionevole) reazione di fuggire a gambe levate. Il suo stesso nome, conferma la sua abitudine (Gally, infatti può essere tradotto con "Spaventare"). Questa creatura è particolarmente presente nei racconti popolari dell'area vicina agli acquitrini di Bath Slough, nei pressi della cittadina di Burgh, nel Suffolk.
Fino agli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, un White Dog era solito apparire sulla strada che collegava la cittadina di Norfolk e i villaggi di Great e Little Snoring. Il molosso era di intangibile consistenza, tanto è vero che, in una sola occasione, un testimone riportò di averlo, letteralmente, attraversato con la macchina. Altrettanto intangibile era il mastino di Cator Common, nel Dartmoor. Apparso davanti a molti testimoni (in pieno giorno!) questo gigantesco, ma mansueto, White Dog scomparve letteralmente quando una signora allungò la mano per accarezzarlo. Un altro straordinario caso è quello del White Dog di Leek Brook, nello Staffordshire. Similarmente al suo omologo di colore nero dell'East Anglia, anche questo Molosso Fatato è... Senza testa! Un'altra caratteristica tipica dei White Dogs è la presenza di catene come, per esempio, quelle del Mastino Bianco di Bunbury, nel Cheshire, che appariva solitamente trascinando pesanti catene.
Come molti Balck Shucks, anche alcuni White Dogs si manifestano, solitamente, all'interno di chiese. Una di queste bestie soprannaturali era solita apparire nella chiesa di Pluckley, nel Kent. Il villaggio è, anche se con qualche obiezione, considerato come l'abitato più infestato di Inghilterra (e meta di un mio prossimo viaggio, garantito!)
Queste creature sono apparse anche in tempi, relativamente, recenti. Ad esempio, negli anni '50 dello scorso secolo, un soldato di stanza in un campo militare all'interno di Richmond Park, stava rientrando in base dopo una licenza a Londra. Sulla strada, si accorse che molti dei cervi, che solitamente frequentano il parco indisturbati, correvano da una parte all'altra, come spaventati da qualcosa. Alcuni di loro, presero a scappare nella direzione del soldato, in preda a un vero e proprio attacco di panico. Il militare, a quel punto, riuscì a scorgere dietro di loro qualcosa che, normalmente, non si sarebbe mai aspettato in un luogo del genere. Alle spalle dei cervi impauriti, si stagliava un enorme cane, simile ad un segugio, col pelo bianco e delle mostruose zanne snudate. Di per se, la cosa non era così particolare, ma il cane in questione era enorme, grande quanto un pony, e non correva normalmente. Correva a circa mezzo metro da terra!
Le storie sui Cani Bianchi provengono, nella stragrande maggioranza dei casi, dall'Inghilterra. Ma non sono presenti solo nel folklore Inglese. Rimanendo nelle Isole Britanniche, possiamo citare il Lamper, un cane fantasma, bianco ovviamente, delle Isole Ebridi. Il Lamper si metterebbe a correre in cerchio, ossessivamente, attorno a chi è destinato a morire entro breve tempo. Il Loup-Garou Francese (licantropo), prende spesso le sembianze di un grosso canide bianco. In Romania invece, gli zingari credono che alcuni cimiteri, siano sorvegliati da spiriti in forma di grossi mastini bianchi, che impedirebbero alle anime dannate di resuscitare i corpi come vampiri. Una curiosa testimonianza ci viene dall'investigatore del paranormale Elliot O'Donnel, che ne parla nel suo "Animal Ghosts" (1913). O'Donnel si trovava in viaggio in una remota zona degli Urali quando la sua carrozza fu assalita da un branco di lupi, resi famelici dal rigido inverno. Quando oramai sembrava che lo scontro fosse inevitabile, dal bosco comparì una seconda muta, questa volta formata da grossi cani di color bianco latte. I molossi si avventarono sui lupi, che batterono immediatamente in ritirata. Dopodiché, i misteriosi cani svanirono come erano apparsi.
Tornando in Inghilterra, nel Lancashire, una muta di cani bianchi è solita apparire mentre corre a mezz'aria, come il cane di Richmond Park. Questi però, al contrario degli altri "normali" cani fantasma, sembrano anche emettere una sinistra luminescenza. Inoltre, avrebbero anche, secondo alcuni, teste simili a quelle umane. Piuttosto inquietanti direi. Nel Somerset, vicino a Wellington, un'altra muta di cani bianchi impazza nelle campagne. Questi esemplari sarebbero anche in grado di emettere fiamme dalle fauci spalancate. Non male. La Muta fantasma di Wellington fu studiata a lungo dalla folkorista Ruth L. Tongue, che li associò con estrema certezza al Piccolo Popolo e ai Cani Fatati, presenti da sempre nella tradizione folklorica Britannica.
Conosciuti anche come "Segugi delle Colline", i Cani Fatati erano usati per la caccia dal Piccolo Popolo. Nella mitologia Gallese, una muta di queste creature soprannaturali, conosciuta come Cwn Annwn, era di proprietà nientemeno che di Arawn, re dell'Annwn (l'Otherworld, Altromondo, della tradizione Celtica Gallese). Di aspetto simile a grossi cani, erano completamente bianchi, fatto salvo per gli occhi e la punta delle orecchie, di un colore rosso rubino. Studiando i Segugi Fatati del Somerset, Ruth Tongue venne a conoscenza di un avvistamento avvenuto in epoca moderna, nei dintorni di Priddy. Il testimone oculare, sosteneva di aver visto due enormi cani bianchi, più grandi di un wolfhound Irlandese, con la punta delle orecchie e gli occhi rossi, che camminavano nella sua direzione senza far alcun rumore, lungo una stradina isolata sul lato opposto rispetto al suo. Secondo la tradizione locale, questo avvenimento è considerato di buon auspicio. Se i Cani avessero camminato sul suo lato della strada, o avessero emesso un qualsiasi suono, l'uomo era destinato a una morte imminente.
Nel suo libro "Forgotten Folk Tales of the English Counties" (1970), la Tongue riportava una storia, datata 1917, raccontata da una certa Mrs Foden, di Long Mynd, nota anche in tutto lo Cheshire e, con una variante molto simile, anche nel folklore Irlandese. La storia racconta di un giovane manovale, che rientrando a casa a tarda notte si imbatte in un cane enorme, grande quanto un vitello, dal pelo bianco sporco e con la punta delle orecchie rosse, che stava zoppicando. Pensando fosse un cane da caccia ferito e disperso, il giovane si mise a chiamarlo, pensando di bendargli la zampa con uno straccio che aveva con se. Quando la bestia si avvicinò però, il giovane rimase atterrito. Era uno dei Segugi Fatati che abitano le colline. La sua apparizione poteva essere presagio di sventura o morte! Coraggiosamente, il giovane bendò ugualmente la zampa ferita dell'enorme cane, augurandogli anche di passare una buona nottata. Nulla di male gli accadde nella via verso casa. In seguito, durante una buia notte di Novembre, il giovane manovale si ritrovò a percorrere quella stessa strada. Improvvisamente, una Bestia Fatata, simile ad un mostruoso caprone (forse un Pooka?), sbucò dall'oscurità, e assalì il ragazzo. Il poverino era paralizzato dal terrore e convinto di non avere più scampo quando, dal nulla, apparve un gigantesco cane bianco con le orecchie rosse, che azzannò ferocemente il capro mostruoso, permettendo al ragazzo di fuggire.
Storie come questa fanno parte del folklore, siamo d'accordo, se non fosse che anche oggi si registra, di tanto in tanto, un avvistamento di White Dogs. Nel Wiltshire, al West Kennet Long Barrow, un cane spettrale bianco con occhi e orecchi rosse, appare con frequenza annuale, nel giorno di Mezza Estate, mentre alla sepoltura chiamata Devil's Den, nei pressi di Fyfield, sempre nel Wiltshire, addirittura tutte le notti, a mezzanotte in punto!

Le Antiche Tradizioni sono dure a morire, e quelle sui White Dogs, o Cani Fatati, non sono da meno.