La nostra conoscenza del mondo Celtico
in epoca pre cristiana si basa quasi esclusivamente su due fonti: i
resti archeologici della loro civiltà, e gli scritti dei loro
contemporanei Greci e Romani.
La prima fonte purtroppo è incompleta
in modo frustrante, mentre la seconda è decisamente troppo
condizionata da stereotipi, pregiudizi e romanticismi che ricordano
molto il mito più recente del "Buon Selvaggio". Gli
storici del tempo, in particolare quelli Romani, amavano raffigurare
le popolazioni Celtiche della Gallia, della gran Bretagna, della
Spagna e del Nord Italia come barbari, guerrieri cacciatori di teste
che si lanciavano in battaglia ubriachi e nudi, desiderosi di fare
molti prigionieri da sacrificare ai loro brutali Dei della Foresta.
L'archeologia e quello che a noi è
arrivato attraverso i miti e le leggende, fa capire che il modello
Celtico uguale Barbaro sanguinario, è uno degli stereotipi più
razzisti della Storia, nato da una estrema esagerazione delle reali
caratteristiche della cultura Celtica, o da un'errata interpretazione
dei suoi usi e costumi. Le tribù a cui in genere si trovarono di
fronte i Romani tra il 4° secolo aC e il primo secolo dC erano
effettivamente grandi guerrieri e forti bevitori. Possedevano però
anche le tecniche di lavorazione del metallo più raffinate d'Europa
e una società complessa e organizzata, particolari che vennero
"trascurati" da Giulio Cesare nel suo De Bello Gallico. La
loro spiritualità era una sorta di misticismo naturale, mentre la
segretezza delle tradizioni orali della loro casta sarcerdotale, i
druidi, ha limitato fortemente la comprensione popoli contemporanei
sulla loro conoscenza del mondo.
Comunque i Celti rimanevano, in
principal modo, un popolo guerriero. Nonostante l'occasionale
comparsa di donne leader, la loro società era fondamentalmente
patriarcale e maschilista, le posizioni influenti e di potere erano
occupate da chi aveva successo nei combattimenti, sia che abbia
difeso il proprio villaggio, sia che abbia guidato una razzia di
bestiame a danno di una comunità vicina. Anche se i sacrifici umani
non erano così frequenti come descriveva la propaganda Romana, i
Celti avevano comunque alcune usanze oscure, che oggi definiremmo
crudeli. Una di queste è sicuramente quella che oggi conosciamo come
"Il Culto della Testa".
Diversi scrittori classici avevano
accennato all'usanza Celtica della caccia alle teste, e tra loro
troviamo anche Diodoro Siculo, che ne parla verso la fine del primo
secolo aC, quando ormai Roma aveva conquistato tutti i territori
Celtici al di fuori delle Isole Britanniche. L'usanza di recidere la
testa a un nemico per poi sfoggiarla come trofeo era probabilmente
praticata anche dagli antichi popoli Italici, ma non con la stessa
assiduità e morbosa ritualità dei Celti. Dal Nord Italia i Celti
calarono lungo la penisola Italiana a partire dal tardo 5° secolo
aC, saccheggiando Roma nel 390 aC. Questo brutale primo incontro,
durante il quale venne sicuramente praticata la caccia alle teste,
rimase molto ben impresso nella memoria collettiva romana.
I Romani erano molto disturbati, e
forse anche intimoriti, dalla apparente indisciplina dei Celti, che
in battaglia ridevano come pazzi, ululavano come lupi o spavaldamente
ingurgitavano liquori mentre combattevano a cavallo. Alcuni
prendevano parte ai combattimenti a torso nudo, altri indossavano una
cotta di maglia o qualche armatura romana predata a un caduto, che
avevano efficacemente adattato con le loro abili mani. I Romani
vennero però impressionati anche dalle loro spade lunghe e dritte,
dai grandi scudi piatti, dagli elmetti piumati e dalle loro selle, le
migliori dell'epoca, tanto da integrare queste particolari fatture
nel loro equipaggiamento d'ordinanza. Ma per i latini, la cosa più
inquetante erano le caratteristiche fisiche dei Celti. I Galli, come
venivano chiamati, erano infatti più alti di svariati centimetri e
con la pelle più chiara dei loro vicini peninsulari. Molti di loro
portavano i capelli lunghi simili a dreadlock, mentre i leader
tribali si rasavano ogni centimetro del corpo ad eccezione del labbro
superiore, sfoggiando così folti baffi, che non venivano mai
tagliati, arrivando a raggiungere lunghezze ridicole. Ma più
inquetanti ancora apparivano i loro riti post battaglia. Le teste
mozzate ai nemici venivano agganciate, per chi lo possedeva, alla
sella del cavallo, in modo che potessero essere ben viste durante il
ritorno verso casa. Chi non aveva una cavalcatura si accontentava di
infilzare le teste catturate su una o più lance, formando così una
sorta di macabro spiedino. Queste pratiche erano sempre accompagnati
da canti spensierati e licenziosi.
Usare parti del corpo dei nemici uccisi
come trofei è un costume diffuso tra i combattenti, dai soldati
Egizi che collezionavano i peni degli avversari ai moderni soldati
americani, che raccoglievano orecchie e nasi giapponesi nella Seconda
Guerra Mondiale o durante la guerra del Vietnam. Ma, nel corso della
Storia, solo poche culture guerriere hanno attribuito tanto onore e
riverenza mistica a questi trofei, come i cacciatori di teste Galli.
Diodore afferma che le teste venivano conservate per lungo tempo dopo
la battaglia. Venivano lavati via sangue e sporcizia e
successivamente imbalsamate con strane sostanze, tra cui l'olio di
cedro. Diodoro sottolinea inoltre il valore che viene attribuito a
queste teste mozzate. Un Gallo non venderà mai la testa imbalsamata
di un suo nemico, a nessun prezzo, affermando di non aver certo
bisogno d'oro disponendo di una tale prova di coraggio e abilità
guerriera.
Le teste venivano ordinatamente
conservate all'interno di casse, da dove venivano tolte solo per
essere esposte, in bella vista, nella casa del guerriero quando
questi stava per ricevere degli ospiti. Tutta questa importanza
tributata ad un trofeo è molto diversa dall'usanza barbara che i
Romani pensavano che fosse. Si trattava di un'usanza che riguardava
sia il culto che il prestigio sociale. L'abitudine celtica della
caccia alle teste potrebbe essere accomunata alle pratiche di una
cultura molto distante da loro sia nel tempo che nello spazio, quella
dei Samurai del Giappone medievale, che erano usi raccogliere le
teste dei nemici uccisi, trattandole con il massimo rispetto
(arrivavano a lavare loro i denti!) prima di esporle.
Il Gallo che staccava la testa al suo
ultimo nemico ucciso, non lo faceva in preda a una rabbia selvaggia.
In realtà lo faceva per dimostrare alla sua comunità quanto valeva
e quanto doveva essere tenuto in considerazione. Questo gesto era
spinto dal desiderio di vantarsi, non dalla cieca sete di sangue.
Ovviamente questa pratica serviva anche da deterrente psicologico. Un
legionario romano che si vedeva venire contro un ossesso che brandiva
la testa mozzata di fresco di un suo commilitone, doveva essere
quantomeno intimorito, se non proprio terrorizzato!
Molti riferimenti a questa pratica
appaiono, ovviamente, nella mitologia Irlandese. Cuchulainn, il
mitico protettore dell'Ulster, viene descritto molto spesso mentre
rientare dalla battaglia con grappoli di teste mozzate appese al
carro e alla cintura. I celti d'Irlanda (e non solo) credevano, anche
in epoca cristiana, che la sede dell'anima fosse nella testa e non
nel cuore. Questo aumentava la potenza del trofeo, in quanto si
entrava in possesso dello spirito stesso del nemico abbattuto. Questa
credenza la possiamo trovare nella macabra vicenda della "Destruction
of Da Derga's Hostel" ( gael. Togail Bruidne Dá Derga ) dove
Conaire Mor viene decapitato da un nemico, ma la sua testa mantiene
la capacità di parlare anche dopo la battaglia. Un'altra testa
parlante è quella di Bran the Blessed (Bran il Benedetto) eroe della
mitologia Gallese. Bran viene ferito a morte in battaglia e chiede ai
suoi seguaci di decapitarlo e portare la sua testa a Londra, da dove
potrà vegliare per sempre sulla Gran Bretagna. Durante tutta la
durata del viaggio la testa di Bran continuerà a mangiare e fare
conversazione come se nulla fosse accaduto! L'ultima richiesta di
Bran ai suoi compagni è in correlazione con un'aspetto storico del
culto Celtico delle teste. Le teste mozzate avevano anche una
funzione di talismano protettivo e Bran, facendo seppellire la sua
testa a Londra, voleva così proteggere la cittè e l'intera Nazione.
Diodoro parla infatte di teste appese sugli stipiti delle case
galliche e alcuni templi Gallo Romani avrebbero avuto dei teschi
scolpiti sugli ingressi, come a perpetrare l'antica tradizione.
Sembra che in fondo allora, i romani non abbiano appreso dei Celti
solamente nozioni militari. Indubbiamente queste tradizioni sono
sopravvissute anche nelle Gallie e nella Britannia Romana, mescolate
alle nuove credenze portate dal Sud. Certamente hanno continuato a
prosperare intatte nell'Irlanda Celtica mai romanizzata. Con
l'avvento del Cristianesimo il culto delle teste si è, secondo me,
fuso con quello delle reliquie, attraversando in questo modo i
secoli, fino ai nostri giorni.